Nazione e Nazionale

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Qualche tempo fa sono in macchina in autostrada con un mio amico. Arriviamo ad uno svincolo e dopo qualche metro ci accorgiamo che saremmo dovuti uscire. Che si fa? Il mio amico alla guida non ci pensa due volte: ferma la macchina e comincia una scandalosa e svergognata marcia indietro sulla corsia d’emergenza.

Dopo qualche metro ecco la pattuglia della polizia…catzo! Ci affiancano, il poliziotto scende, s’avvicina, il mio amico abbassa il finestrino e il tutore della legge annuncia: “Patente e libretto: sono duecento euro di multa”. Il mio amico, allibito, risponde: “Beh, aspetti un attimo…parliamone!”.

Chi crede che il giuoco del football sia solo una storia di ventidue scalmanati in mutande che corrono dietro ad un pallone beh, non ha capito tutto né del fooball, né dell’arte di osservare il mondo. Il football è lo specchio di una società, delle sue trasformazioni, dei suoi pregi e dei suoi difetti. Analizzando come una squadra (nella fattispecie una squadra nazionale) affronta una partita, si svelano le nevrosi di un popolo e la maniera con cui esso affronta quotidianamente l’esistenza. Per questo, la reazione del mio amico di fronte al poliziotto è in perfetta sintonia con la tipica condotta sportiva della Nazionale italiana.

La Nazionale non giuoca per il pareggio, né giuoca propriamente per vincere, bensì giuoca per procastrinare, dilazionare, differire il più possibile il momento della resa dei conti, il goal o la sentenza che decreti il vincitore. Segnare al principio della partita significherebbe dover cambiare atteggiamento tattico, vincere a mani basse vorrebbe dire porsi in una condizione di superiorità che non si confà al nostro popolo, sempre più a suo agio in situazioni di difficoltà e subordinazione ai potenti. Gli italiani non vogliono assumersi le responsabilità derivanti da una vittoria, bensì desiderano temporeggiare il più a lungo possibile prima di vincere. La Nazionale e gli italiani aspirano a rimandare il momento della verità e delle scelte, per potere invece esplorare tutte le possibili vie prima d’imboccarne una, per poter negoziare e “contrattare” la vittoria con il destino e con l’avversario.

L’atteggiamento del mio amico di fronte alla multa del poliziotto sottindende e rivela il ripudio dello spirito italico ad accettare automaticamente e immediatamente le conseguenze di una certa azione: prima bisogna perlustrare tutte le possibilità, scandagliare l’anima dell’interlocutore, verificare se esistano punti di contatto e soprattutto provare a trovare una soluzione che accontenti tutti, che non faccia troppo male a nessuno, un “aggiustamento” che convenga a tutti i protagonisti. E quest’esercizio richiede tempo: non si può chiudere la partita o la questione della multa così, in quattro e quattr’otto.

Per questo, se l’Italia del 1982 è stata una fantastica eccezione, quella del 2006, con il rigore di Totti contro l’Australia al 90° e la storica semifinale contro la Germania, è stata la sublimazione di questo modo di essere. Il goal a due minuti dalla fine dei tempi supplementari di Fabio Grosso con il successivo ed immediato raddoppio di Del Piero rappresentano il non plus ultra dell’italianità: riuscire a vincere all’ultimo secondo, all’ultima occasione disponibile, senza doversi preoccupare di ciò che accadrà dopo. Due minuti indimenticabili.

Allo stesso tempo però – e qui sta una delle magie della “tragedia” del football – le partite di football del Mondiale (almeno quelle a eliminazione diretta) richiedono invece un atto finale che decreti il vincitore. Ossia l’Italia non può rinviare all’infinito il momento della sentenza, perché il giuoco stesso richiede una fine. E la fine ultima è la più brutale, cinica e irrispettosa dell’italiana volontà di contrattazione: i calci di rigore. Non è casuale che l’atto finale dell’Italia ai Mondiali siano stati così spesso i calci di rigore: ben 4 degli ultimi 6 mondiali si sono conclusi per la Nazionale in questa maniera (3 volte male: ’90, ’94 e ’98 e una bene: 2006).

I calci di rigore sono uno spietato atto che introduce nel giuoco e nella vita ciò l’italiano più rifugge: l’irreversibilità, l’esaurirsi delle possibilità, il poliziotto che ti fa la multa e tutto si chiude lì. Per questo, oltre e più dell’eliminazione, i rigori sbagliati di Serena (’90), Baggio (’94) e Di Biagio (’98) ci hanno fatto così male, come italiani, soprattutto perché hanno chiuso la porta ad ulteriori “aggiustamenti”, alla possibilità di trovare un accordo, alla sempre praticabile eventualità di fare “un ricorso” e – in definitiva – perché hanno ferito la nostra stessa identità. Il terrificante rumore della tragica traversa di Di Biagio a Francia ’98, seguito dal lugubre epitaffio di quel corvaccio di Bruno Pizzul (“E’ finita!”) era il suono dell’ineluttabile, a cui non siamo antropologicamente abituati: era uno schiaffo al nostro orgoglio patrio, alla nostra secolare inclinazione ad “accomodare” le cose

Quindi, la magnifica tragicità del football italiano risiede nel paradosso della sua condizione: sfuggire all’irreversibile, avvicinandosi però alla più atroce delle irreversibilità.

Goooooooooooooooooooooooooooolllllllll (al novantesimo…)

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6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. mattia

    Ma cosa vuol dire? Se le difese sono attente è ovvio che non si fa gol.
    Strano, una volta si diceva che facciamo gol nei primi minuti e poi ci chiudiamo in difesa, adesso è il contrario!
    Guardi che, anche se all’ultimo minuto, di gol ne abbiamo fatti due nel 2006.E poi non è che la Germania o la Francia ci abbiano riempito.
    E la partita con l’Ucraina, finita 3-0?Troppo facile, come al solito, sciorinare solo i nostri difetti in modo da poter dire”eh, meno male non mi sento italiano”.
    Se si vuol proprio parlare di calcio per parlare dell’italiano, si citi allora del nostro estro, della nostra fantasia nel fare le cose.E ,per favore, basta buttare merda sull’Italia vergognandosi di essere italiani. Abbiamo tanti difetti, ma anche tanti pregi.

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  2. marco nicastro

    Tutto vero e… aggiungo di più: il 25 febbraio, anzi no, il 24 febbraio, alle ore 15 ho preso una multa dal telelaser per eccesso di velocità e mi hanno fermato pochi secondi dopo, ho firmato il verbale senza temporeggiare, se non per veedrmi spiegata qualche curiosità tecnologica di quel trespolo nero, austero e infallibile. una volta a casa però, è cresciuta una voglia: non quella di non pagare, non quella di mettermi di traverso alle istituzioni, ma quella di veder riconosciuta un’altra verità, oso dire non “alternativa”, ma “aggiuntiva”, che però dia un quadro sufficientemente aleatorio a quelle circostanze immediatamente così granitiche e vincolanti, chiamate “responsabilità. Quindi uno sfocare per arricchire, non per latitare! Almeno così credo, quel 25 febbraio, anzi no, quel 24 febbraio scorso…ma quella della data è proprio il cuore della materia del contendere, anzi, del fraintendere.

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  3. giampi

    Ho lasciato una fortuna dalla mia psicoterapeuta per potere rimuovere quanto accaduto quella sera del 2000.
    Non fa male perché per me non è mai accaduto. Poi ovviamente proietterò tutto il “rimosso” sui miei figli. Ma saranno catzi loro. E si pagheranno i loro psicoterapeuti (e l’economia si rimette in moto)

    Per la multa non ricordo, probabilmente fecero a cambio con il condono di una tettoia.

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  4. Gigi

    infatti il golden goal, quel modo innaturale di terminare le partite al primo goal segnato nei supplementari, non poteva che essere tragico per gli italiani. gli europei del 2000 contro la francia e i mondiali 2002 contro la corea con quelle sconfitte improvvise e definitive dopo partite che si potevano vincere normalmente nei 90 minuti ce lo ricordano dolorosamente.

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