Origine ed evoluzione del non tifo per l’Italia

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viva l'italia nazional popolare

 

Quando gioca la Nazionale e soprattutto in occasione dei Mondiali, il Paese di ferma: tutti uniti, tutti fratelli, tutti orgogliosamente italiani. Ma è davvero così? Oppure come ci dicono anche i posticci sondaggi del Corriere della Sera la Nazionale di calcio non è più così amata come una volta? Andiamo ad analizzare i motivi di questa disaffezione.

È retorica prassi che l’Italia intera si riunisca sotto un’unica bandiera almeno una volta ogni 4 anni, in occasione dei mondiali di calcio. Vero, verissimo, entusiasmo, tifo, emozione e (speriamo) caroselli di auto lungo le strade del centro anche per un risicato successo contro il Paraguay o accoglienza a pomodori in faccia dopo una finale persa col Brasile di Pelé.

Anche l’atavico sentimento esterofilo che contagia molti italiani non ha mai avuto grande presa quando si tratta degli undici eroi in maglietta azzurra e calzoncini bianchi.la maglietta del 1982 è sempre la più bella Cioè nessuno ha mai tifato contro l’Italia perché convinto che Adenauer fosse più moderno di De Gasperi o Mitterand più onesto di Craxi o Stalin più democratico di Tambroni o, più recentemente, Zapatero più laico di Prodi. No, il tifo è un fatto irrazionale, una questione genetica: si tifa per una squadra di calcio o per questioni ereditarie, o di territorio o, nel caso nella nazionale, per un ultimo residuo di spirito patrio altrimenti andato perduto da tempo.

Eppure, eppure negli ultimi anni la frangia di italiani che non tifano o non si riconoscono nella loro nazionale è diventata sempre meno marginale e la percentuali di tifosi nazionali a prescindere non è più così bulgara come ai tempi di Pozzo, Valcareggi, Bearzot, Vicini. Cerchiamo di andare a vedere perché.

La Nazionale è stata storicamente un’entità a parte nel mondo del calcio. Dirigenti e tecnici venivano addestrati nelle scuole federali e maturavano esperienze e competenze all’interno della Federazione Italiana Giuoco Calcio (la FIGC). In particolare il percorso tipico del Commissario Tecnico partiva dalle giovanili e se le cose andavano bene dopo anni di gavetta federale si poteva arrivare all’ambitissima panchina maggiore prima con ruoli da vice e quindi solo dopo anni di militanza nella grande famiglia azzurra si arrivava ad essere CT. Così è stato per Valgareggi, Bearzot, Vicini fino a Cesare Maldini (e per i loro preparatori, vice, allenatori dei portieri, medici, accompagnatori …).

In questo modo la connotazione della maglia azzurra era totalmente nazionale: i tifosi di tutte le squadre di club non avevano difficoltà a ritrovarsi uniti nel tifo per gli azzurri. Anche quando come negli anni di Bearzot la formazione era composta per 9 undicesimi di giuocatori della Juventus, tutti i tifosi non juventini non potevano non riconoscersi in quella squadra che portava orgogliosamente la maglia azzurra e lo spirito del vero calcio all’italiana. È vero gli interisti non perdonavano al “vecio” Bearzot di ignorare il loro idolo Evaristo Beccalossi e tutti quanti si chiedevano come mai il 10 della nazionale fosse uno come Romeo Benetti che distribuiva più calci agli stinchi avversari piuttosto che tocchi raffinati al pallone, ma una volta in campo tutti in fila a sgolarsi per la maglia azzurra. romeo benetti, un 10 da paura

Fino alle notti magiche di Italia ’90 il tifo contro era appannaggio di una stretta minoranza e per lo più per motivi extracalcistici: il calcio visto come protesi della società machista, o come prototipo dello spreco di risorse pubbliche o private, o semplicemente vissuto con insofferenza da chi non ne può più dell’onnipresenza di partite e chiacchiere sul pallone in TV. In ogni caso fino al 90 tutti riuniti dalla nazionale a parte una stretta minoranza antagonista.

Ma all’inizio degli anni ’90 c’è una prima svolta: il placido veterano Azeglio Vicini, dopo la carriera federale nelle giovanili (finale europea Under 21) aveva guidato tra l’entusiasmo generale la nazionale maggiore alle semifinali europea (Germania 1988) e Mondiale (Italia ’90) ma con l’eliminazione in maniera poco dignitosa alle qualificazioni per gli europei del 1992 aveva terminato il suo ciclo.

In quel periodo (siamo nell’estate del 1991) un altro ciclo sta per finire, quello del Milan di Sacchi: il tecnico romagnolo con una storica rivoluzione tattica aveva guidato il Milan a prestigiose vittorie europee (2 coppe dei campioni), ma il suo giuoco che richiedeva furore agonistico e dedizione tattica aveva logorato il gruppo che iniziava a mostrare un po’ di stanchezza nei confronti dell’ortodossia tattica del proprio allenatore. Il presidente del Milan era all’epoca, come oggi, Silvio Berlusconi che intuita la situazione aveva l’imbarazzo di doversi liberare di un allenatore che amava, che tanto gli aveva dato ma che ora era diventato un po’ ingombrante. Certo non si poteva liquidare come un Oscar Tabarez qualsiasi e allora cosa di meglio di appiopparlo alla nazionale? Così Berlusconi liberò Arrigo Sacchi e spinse la Federazione a prenderlo come commissario tecnico della nazionale per la gioia del Milan, di Sacchi e della Federazione (3 piccioni con una fava).

Questo fu il peccato originale: Arrigo Sacchi era un grande allenatore, stimato da tutti, ma aveva un grosso problema: era il Milan, la sua connotazione era troppo rossonera: era arrivato dal nulla (calcio minore a Rimini e Parma) alla gloria col Milan campione d’Europa che tutti ancora oggi chiamiamo “il Milan di Sacchi”. Anche la sua personalità così debordante rispetto all’immagine quasi dimessa dei suoi predecessori creò qualche problema: Bearzot e Vicini si tenevano in secondo piano quasi a dire “E’ la Nazionale che conta non io”, Sacchi invece arrivato in azzurro fece fuori i giuocatori con personalità che riteneva ingombrante (Zenga, Vialli, …) o non adatti al suo disegno tattico (Mancini, Bergomi, più avanti anche Roberto Baggio), cancellò decenni di calcio all’italiana per fare identificare la nazionale col credo tattico e quindi con la personalità del suo commissario tecnico.

La Nazionale non era più l’Italia di tutti, ma era “l’Italia di Sacchi”. Sì la cavalcata verso la finale dei mondiali americani del ’94 esaltò l’Italia intera, le magie di Roberto Baggio emozionarono anche i più scettici, ma quando lo stesso divin codino e Daniele Massaro (cioè Sacchi lasciando a casa Vialli metteva centravanti dell’Italia Massaro, uno dotato di una classe da mediano e che segnava col contagocce anche in una macchina perfetta come il Milan) sbagliarono il loro rigore regalando la coppa al Brasile non furono poi così pochi coloro che festeggiarono, non fosse altro che per risparmiarsi l’allora presidente del consiglio e presidente del Milan Silvio Berlusconi tornare in Italia con la coppa millantando la paternità del successo.
La connotazione sacchiana e milanista dell’Italia era diventata ingombrante, così dopo il disastro degli europei del 1996 Sacchi fu lasciato a casa e si tornò alla tradizione scegliendo come naturale erede il CT dell’under 21 Cesare Maldini.
Sono quindi seguiti 8 anni istituzionali con il bollito Cesare Maldini e il mezzo disastro di Francia ’98 e poi con il mitico Dino Zoff (l’ultimo grande capitano ad aver alzato la coppa nel 1982) e la sfortunatissima finale europea del 2000 persa al golden goal contro i cugini francesi che indusse il solito Berlusconi (che nell’estate del 2000 aveva la certezza che sarebbe diventato da lì a poco nuovamente primo ministro) a farlo licenziare. Zoff fu sostituito dall’eroe nazional popolare Giovanni Trapattoni che guidò senza fortuna (e senza nerbo) l’Italia alle pessime spedizioni di Cor
ea 2002 e Lisbona 2004.diobò che uomini che erano questi qua senza basette a punta e cerchietto
Ma nel frattempo era sorto un altro problema: il disamore dei calciatori per la maglia azzurra. Negli anni 90 e nella prima metà degli zero le squadre di club arrivavano spesso in fondo alle competizioni europee regalando gloria e denaro agli eroi del pallone. Le convocazioni in nazionale erano vissute sempre più come un peso, come un inutile aggiunta di stress e come un rischio infortuni dai vari Vieri, Totti, Nesta, Del Piero …che iniziarono ad accampare scuse e certificati medici per marinare i ritiri della nazionale. Se non erano più attaccati alla maglia azzurra coloro che avevano la possibilità e l’onore di indossarla perché avremmo dovuto esserlo noi tifosi? Se i campioni pensavano esclusivamente al loro club che li ripagava con denaro e fama, perché tutti noi avremmo dovuto mettere da parte i colori bianconeri, nerazzurri, rossoneri o giallorossi per indossare la casacca azzurra?
Negli anni ’90 accade un altro evento epocale che sconvolge i riti e i miti del calcio: l’avvento della Pay TV. In pochi anni si passa dal vedere la cronaca registrata del secondo tempo di una partita di serie A al poter assistere ad una sorta di tutto il calcio minuto per minuto televisivo ovvero al seguire in diretta qualsiasi partita della propria squadra del cuore. Le conseguenze più o meno volute sono state: un overdose da sovraesposizione alle partite di calcio e un attaccamento ossessivo alla squadra di cui si è tifosi con conseguente disaffezione nei confronti della maglia azzurra. Fino agli anni 80 si assisteva in diretta pressoché esclusivamente alla partite della nazionale e quindi si identificava la visione della partita con essa, poi si è passati al poter vedere alcune sfide di Coppa Campioni o di Coppa Uefa (finanche di Coppa delle Coppe) al potersi godere in diretta (a pagamento naturalmente) ogni partita di qualsiasi squadra. Oggi si segue sempre la propria squadra di club, si guardano tutte le sue partite e non si ha tempo né voglia di vederne altre. Quando il campionato si ferma per lasciare il posto il tifoso vive la sosta come un’intrusione nel rito ormai consolidato.
In più con il crollo dell’impero sovietico e l’allargamento dei mondiali a 32 squadre e degli europei a 16 i due anni di qualificazioni si sono saturati di sfide alla Georgia o alle Far Oer che obiettivamente hanno meno appeal di un Chievo –  Udinese.questo calcio ci fa skyfo
Insomma una serie di eventi hanno fatto evolvere il calcio verso quello che genericamente chiamiamo calcio moderno con l’esasperazione delle sfide tra i club e l’importanza marginale della nazionale.
Avvicinandosi ai giorni nostri cioè alla nazionale di Marcello Lippi. L’attuale CT è il naturale erede di Arrigo Sacchi: bravo, vincente, con una forte personalità (ma con una spocchia di gran lunga superiore a quella dell’ex CT romagnolo) ed estremamente marchiato con i colori di una squadra di club, per Lippi la Juventus. Quando nel 2006 viene alla luce il sistema gestito da Moggi, Giraudo e soci che manipolava i campionati sono in molti a chiedere le dimissioni del CT troppo juventino e quindi in qualche modo legato a quel sistema. Ed identificata la nazionale con il suo allenatore si moltiplicano gufi, disamorati e tifosi che sperano in una disfatta ai mondiali 2006. Le cose andranno diversamente e la cavalcata trionfale degli azzurri contagerà tutta l’Italia e partita dopo partita la passione travolge anche i più scettici davanti alla TV.
Ma il fuoco di Germania 2006 si è rapidamente spento. La gestione Donadoni 2006-2008 è caduta nell’oblio. Ed ora la nazionale è di nuovo in mano al CT campione del mondo Marcello Lippi, il cui prestigio e credibilità sono sempre intatti. Come intatta è la freddezza che circonda questa nazionale in cui ci sono vecchi campioni che durante la stagione hanno un ruolo di secondo piano (Cannavaro, Gattuso, Zambrotta, Camoranesi) e altri comprimari sconosciuti ai più (Maggio, Bocchetti, Bonucci, Pepe …) e con un’esperienza internazionale davvero minimale. L’impressione è che anche tra i giuocatori ce ne sia più di uno che è d’accordo con il romanista De Rossi quando dichiara orgoglioso di invidiare l’interista Cambiasso perché ha vinto la Champions League (oltre a Scudetto e Coppa Italia) e adesso se ne può andare in vacanza invece di andare a perdere del tempo ai mondiali sudafricani. Insomma dopo il trionfo dei mondiali 2006 sulla nazionale è calato nuovamente il disinteresse e il tifo per gli azzurri è offuscato dal campanilistico tifo per la propria squadra di club.dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

 

Fino ad arrivare all’innocente e poco scientifico sondaggio del Corriere della Sera che chiede quale sia la nazionale più simpatica e quale la più antipatica: il risultato (al momento della pubblicazione dell’undici di giugno) che vede i ridanciani e bigotti brasiliani più simpatici degli azzurri e che solo gli odiati francesi siano più antipatici della nostra nazionale è davvero emblematico.

 

In ogni caso però tutti quanti siamo pronti, anzi non vediamo l’ora, di salire sul carro del vincitore, anche se quello stronzo di Lippi non vuole.

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7 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Marinda

    Vorrei far anche io un commento ma dopo la partita di oggi vorrei tifare per i fratelli Abbagnale.

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  2. Minoranza Competente

    Per il prossimo mese confido in un articolo sulle abitudini culinarie degli italiani che tra le righe suggerisca che se ora mangiamo peggio di 20 anni fa, la colpa è di Silvio.

    E comunque nel 94 Massaro al posto di Vialli tutta la vita.

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  3. Gigi

    no dai: nell’82 si ammirava il Brasile di Zico, Falcao, Socrates, Eder, ma si tifava compatti per l’Italia. Le critiche a Bearzot o a Zoff o i pomodori ar ritorno da Messico ’70 erano comunque atti d’amore. Gli italiani sono contradaioli e l’evoluzione del calcio di cui parlavo ha fatto sì che il campanilismo superasse l’amore per la nazionale.
    Se l’Inghilterra andrà male Capello sarà massacrato perché è italiano e perché doveva fare meglio, non sarà difeso a prescidere da qualcuno e attaccato dagli altri come è successo a Sacchi coi milanisti e come succede a Lippi con gli juventini.
    Sì, l’NBA è la meta generale di questo pallone: un campionato di club è considerato il massimo a livello mondiale e i giuocatori di basket sognano di vincere quello, di giuocare in NBA coi Lakers e non nei campionati europei con la propria nazionale.

    e comunque sì, non per dare sempre la colpa di tutto al banana, ma anche in questo lui ha dato il suo bel contributo.

    una volta era meglio, poi circa nell’XI secolo sono sorti i comuni …

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  4. giampi

    Sono pienamente d’accordo a metà con Gigi.

    Qualche appunto: nell”82, metà della mia classe delle medie tifava Brasile, Bearzot fino al Sarrià era un emerito idiota e Zoff un mezzo cieco (cosa di cui sono tuttora convinto: vedi le due pappine da 800 metri prese dall’Olanda in Argentina nel ’78).

    Quello che dici è vero, ma credo valga anche per altre nazioni (un esempio: sono certo che Capello gestisce l’Inghilterra esattamente come Lippi l’Italia) e per altri sport (es. lo spagnolo Gasol non farà parte della nazionale spagnola di basket perché giuoca nell’NBA e non ha tempo, né voglia, né la sua società ha piacere).

    Se Sacchi era considerato del Milan e Lippi della Juve il problema non è della Nazionale, bensì degli italiani che sono dei contradaioli.

    E per concludere: una volta era sempre meglio.

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  5. il dado

    tutto perfetto.
    quindi il nano ci ha tolto anche la nazionale oltre la dignità e il resto (anche chiamare il proprio partito personale e personalistico forza italia certo non ha aiutato)

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