Il film del mese: Il Segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella

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Locandina de Il segreto dei suoi occhiDa maniaco di Law&Order quale è, L’Undici torna alla notte degli Oscar per rivisitare con voi il Miglior Film Straniero 2010; un film (quasi) convincente.

Uscendo in concomitanza della giornata inaugurale dei Mondiali sudafricani (Blatter ci aveva chiesto di posticipare per non rovinargli l’evento mediatico, ma gli abbiamo risposto che la libertà di stampa non ha prezzo), L’Undici di giugno non poteva fare a meno di parlare de Il Segreto dei suoi occhi, Miglior film in lingua straniera 2010 secondo la Academy of Motion Picture Arts and Science (vabbé, insomma, gli Oscar).
Cosa c’entrano gli Oscar con i mondiali, si starà chiedendo Blatter? C’entrano eccome. Perché l’ultima volta che l’Argentina aveva vinto l’Oscar era stato con La historia oficial, di Luis Puenzo, nel 1986 appena pochi mesi prima che Dieguito Marachella guidasse l’albiceleste alla vittoria del Mundial messicano (vuoi vedere che …?).

 

Ma torniamo al cinema e godiamoci questo denso noir ambientato a Buenos Aires, girato da Juan José Campanella, regista ben noto negli USA per avere diretto parecchi episodi di serie (quasi) cult come Law&Order. E la mano si nota: le atmosfere tendenti al cupo degli interni (marmi bianchi, legni scuri, scrivanie, scartoffie), alternate alle scene serrate in esterno, la commistione tra uomini della procura e poliziotti, il ritmo spedito dell’inchiesta, sono tutti elementi che ricordano parecchio L&O. Qui si aggiungono però una bella ricostruzione del periodo (siamo nel 1974 negli ultimi anni dell’abulico ritorno di Perón alla Presidenza), una gran cura dei particolari (ambienti, vestiti, auto) ed una buona attenzione per i meccanismi del giallo classico, più poliziesco che moderno thriller alla americana.

 

In più, la scelta azzeccata di mettere al centro di tutta la storia la memoria. Sì, perché la scusa che muove il film è l’idea del protagonista – Benjamín Esposito, assistente in pensione di pubblico ministero – di scrivere un romanzo sul caso che ha cambiato la sua vita 25 anni prima: l’omicidio con stupro di una giovane maestra mentre il marito era al lavoro. In realtà, il caso era già stato risolto proprio da lui, con i contributi (quasi) decisivi del suo aiutante e di Irene Menéndez-Hastings, la (quasi) fascinosa piemme di buona famiglia e buonissimi studi di cui ai tempi era – neanche tanto segretamente – innamorato.
Si dipana così un flash-back continuo che ri-racconta l’assassinio, l’indagine, il dolore del marito, la scoperta del colpevole, la rivoluzione che si prepara nella vita dei protagonisti a seguito dei segnali della imminente dittatura. Ma la storia conoscerà il suo punto final solo 25 anni dopo, con una conclusione (quasi) sorprendente.

 

L’andirivieni tra passato e presente, ben governato dal regista e (quasi) mai stucchevole, è uno degli elementi di forza del film. Ad esso di aggiungono altri meriti: un buon dosaggio di siparietti “comici”, tutti affidati all’aiutante del protagonista, che però ha anche una marcata dimensione tragica legata all’alcolismo; il ruolo (quasi) originale assegnato all’osservatore esterno, all’immagine, alla finzione nel capire davvero la realtà (è grazie a delle foto che l’indagine fa il primo decisivo passo avanti, grazie a una diretta televisiva che tutto torna in gioco e grazie a un romanzo che tutto si conclude); le soluzioni stilistiche (quasi) interessanti (già detto della monumentalità con sui sono resi gli ambienti giudiziari, notevoli la generale dello stadio che zuma poi rapidamente sui protagonisti in curva e la scena in ascensore).

 

E poi, il tema cardine della filmografia argentina più recente, o quantomeno di quella da esportazione, da La Historia oficial a Tangos, da Sur a Garage Olimpo: la memoria, il passato da non rimuovere e con cui fare i conti, come singoli e come coscienza nazionale. Qui però, la questione è declinata in maniera (quasi) diversa, perché l’unione della storia (s minuscola) del caso poliziesco con la Storia (s maiuscola), non va a parare nella dittatura militare e nelle sue 30.000 vittime tra morti desaparecidos, ma si concentra sul periodo immediatamente precedente: siamo infatti nel biennio compreso tra la morte di Perón e la presa di potere della Giunta militare, quando l’imbelle Isabela Perón – moglie del Primer Trabajador de Argentina e Vicepresidente – assume il potere, manovrata da un consigliere spirituale delinquente e mezzo spiritista (“El Brujo”, lo stregone Lopez Rega), che non esiterà a contrapporre al debole terrorismo di duplice matrice montonera e trozkista una banda paramilitare di assassini di Stato, la famigerata Triple A (Alianza Anticomunista Argentina), con i suoi vertici dentro allo stesso Ministero dell’Interno.

 

Detto di tutti questi meriti e di queste tante sfaccettature, non si può fare a meno di percepire che al film però manca qualcosa. Sì, ha ritmo, ma poca tensione; sì, ha personaggi ben definiti, ma poco scavati; sì, fa i conti con la Storia e la memoria, ma in maniera un poco tirata via, scadendo (quasi) nella retorica del “siamo tutti un po’ vittime e un po’ carnefici” (‘sti cazzi, che novità).
Alla fine, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un film (quasi) robusto, a un esercizio corretto, ma che non riesce ad arrivare pienamente in fondo agli obiettivi che si era posto, a un film che cerca il virtuosismo più che la virtù (olé, una hola per il critico!).
Un film che non lascia la bocca amara, ma un po’ asciutta sì. Un film comunque (quasi) da vedere.

 

Moneyshot

 

“Io è te che metto in guardia, non lei; lei è intoccabile. Lei si chiama Menèndez-Hastings, tu Esposito; lei è di buona famiglia, tu no; lei è laureata ad Harvard, tu sei un perito agrario; lei è ricca, tu sei un poveraccio. Una sola cosa avete in comune: questa è l’Argentina che si prepara e non potete farci un cazzo nessuno dei due”

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7 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Gigi

    per dire quanto i distributori italiani credono in film come questo (cioé in cinematografie diverse da quella americana) basta vedere quando è stato distribuito: in giugno quando al cinema non va più nessuno e quando iniziano i mondiali di calcio, per essere sicuri che sarà un successo.

    coì incassare 300mila euro in una settimana può essere considerato un successo).

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  2. kiki

    Lei è (quasi) una bellissima donna, per dirne una ha due polpacci che se li avesse Ringhio Camuso non abbandonerebbe certo la nazionale dopo il mundial.

    Er criticone

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  3. Galateo

    Gigi, questa volta hai (quasi) fatto tutto giusto.
    Il film è migliore di come lo descrivi, (quasi) un must. Comunque lei è una bellissima donna, e l’aiutante dell’ Esposito meritava più spazio nella tua recensione sia come ruolo nel plot che come capacità dell’ attore, che se non sbaglio mi pare sia Alvaro Vitali dopo la plastica.

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  4. Anselmo

    Oh, ragazzi, famo a capisse…
    Due numeri fa ho recensito The Hurtlocker (sbaglio, o è stato il film che ha razziato gli oscar 2010 più importanti dalle mani della Academy of Motion Picture Arts and Sciences?) e mi sono trovati i giovani dei centri sociali sotto casa a protetsare contro la entusiastica recensione di un film militarista (!?) e filoUSA, adesso sono un critico della gauche caviar che odia per partito preso gli oscar(s)… Come diceva il poeta “io anarchico, io fascista, io diverso ed io uguale”…

    PS: me ne sono accorto anch’io che la scena della confessione è farlocca, così come quella dell’inseguimento durante la partita (dovete sapere che allo stadio durante il match, il luogo a più alta concentrazione di gente sono i gabinetti… mah); ma io sono er critico, non er criticone.

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  5. giampi

    Non mi piace la scelta della distribuzione italiana che spinge sul lato poliziesco e vagamente thriller della pellicola (vedi ad esempio il manifesto) che io invece ho ammirato soprattutto per la storia d’amore lunghissima (e bellissima) tra i due protagonisti.

    Y

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  6. kiki

    Concordo con il critico, ed anche con il diretùr: (quasi) il miglior film dell’anno

    (senza contare, cosa che il critico non dice, probabilmente perché non se ne è nemmeno accorto, che la scena della confessione è una tamarrata degna dell’Ispettore Sarti, fasulla come poche)

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  7. giampi

    Miglior film dell’anno per me!
    Capisco comunque che i critici (di sinistra, per defnizione) non possano mai allinearsi completamente con i giurati della Academy of Motion Picture Arts and Sciences

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