Grandi misteri: ebrei ed Israele

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Cerchiamo ancora una volta di fare chiarezza su un grande mistero del quale si parla tanto, ma sul quale raramente si va a fondo: cosa succede in Medio Oriente? Perché ce l’hanno tutti con Israele? Cos’è Israele e cosa ci sta a fare lì, in mezzo agli arabi?

Israele è uno stato a forte maggioranza ebraica, fondato nel 1948, abitato da circa sette milioni di persone (meno della Lombardia) e sito nella regione geografica storicamente denominata Palestina.

I problemi tra i paesi arabi e Israele sono intimamente legati alla storia del popolo ebraico, una storia assolutamente unica che qui raccontiamo in breve. Possiamo anticipare che la colpa è la nostra di noi italiani, in quanto discendenti dei Romani…

All’alba della storia, gli ebrei erano un popolo nomade che, per diversi secoli, occupò terre il cui centro di gravità è l’attuale Israele. Quest’area era in contatto con tutti i centri culturali dell’epoca: a sud l’Egitto, ad est Persia (attuale Iran) e Mesopotamia (attuale Iraq), a nord il mondo ellenico in senso lato e ad ovest il Mediterraneo. Questa centralità fu indubbiamente importantissima per lo sviluppo culturale degli ebrei.

Per un certo periodo una gran parte di loro visse in Egitto, dove vennero poi schiavizzati e quindi guidati da Mosé verso l’attuale Israele (circa 1200 a.C.). Qui, dopo guerre di conquista, gli ebrei fondarono regni con a capo re famosi: Giosué, Davide, Salomone, ecc., che corrispondono al periodo d’oro di questo popolo (tutte robe narrate dalla Bibbia). Fu proprio Salomone a costruire a Gerusalemme il primo tempio (X secolo a.C.).

Questa cosa del tempio è centrale in tutta la storia degli ebrei che sono un popolo particolare per varie ragioni, con diversi tratti distintivi rispetto ad altre popolazioni a loro coeve. Per esempio si lavano le mani prima di mangiare (una pratica “vincente” in un’epoca di assenza totale d’igiene), ma soprattutto adorano un solo Dio. Il tempio di Gerusalemme è, in un certo senso, “la casa di Dio”, il luogo in cui tutte le pratiche religiose vengono svolte e attorno alla quale il popolo eletto da Dio può vivere. E’ come se San Pietro fosse l’unica chiesa della Cristianità e non ce ne fossero altre. Il tempio è quindi il fondamento stesso della nazione ebraica.

Ma ecco che cominciano i casini: nel 597 a.C. il re babilonese Nabucodonosor conquista Gerusalemme e distrugge il tempio. Tragedia. Secondo una pratica abbastanza comune al tempo, i babilonesi deportano in Babilonia buona parte degli ebrei che, pur sconfitti e lontani dalla propria patria, continuano a conservare una salda unità e identità.

Qualche anno dopo il persiano Ciro sconfigge i babilonesi e concede agli ebrei il permesso di tornare a casa. E la prima cosa che fanno (520-515 a.C.) è ricostruire il tempio. Nei secoli successivi si alternano regni ebraici e invasioni elleniche ed egiziane, fino all’arrivo – come quasi dappertutto – dei Romani. I Romani sono imperialisti, ma ci sanno fare ed una delle ragioni del loro successo è una certa tolleranza nei confronti della religione dei popoli conquistati. Il concetto è: voi pagate le tasse, state buoni, non combinate casini e noi vi lasciamo adorare i vostri dei. Addirittura il famoso Erode restaura e amplia il tempio degli ebrei.

Ma gli ebrei buoni non ci stanno: sono un popolo incazzoso, libero, indipendente che mal sopporta l’invasore. E cominciano i casini. Rivolte, contro-rivolte, ribellioni, sollevazioni popolari. La stessa vicenda di Gesù ha luogo in uno scenario di sommosse. Fra parentesi, è importante ricordare che la morte di Gesù è una delle motivazioni con le quali si giustificheranno le persecuzioni degli ebrei da parte del mondo cristiano nei successivi millenni, dato che furono le autorità religiose ebraiche a perorare la sua condanna capitale di fronte a Ponzio Pilato. Come se esistesse qualche logica nel perseguitare una persona perché qualche migliaio di anni prima qualcuno che professava la sua stessa religione, aveva preso una certa decisione…

Nicolas Poussin, “La distruzione del tempio di Gerusalemme” dipinto nel 1637

Finisce comunque che i Romani s’incazzano sul serio e nel 70 d.C. distruggono Gerusalemme, massacrano migliaia di ebrei e radono al suolo il famoso tempio, di cui rimane in piedi solo un muro esterno (l’attuale “muro del pianto”). Dopo la distruzione del tempio e il divieto per gli ebrei di entrare a Gerusalemme promulgato dall’Imperatore Adriano (135 d.C), gli ebrei cominciano ad abbandonare la loro terra, disperdendosi per il mondo. E’ l’inizio della cosiddetta diaspora (dispersione) che durerà oltre 1800 anni.

Gli ebrei dunque vanno a vivere un po’ ovunque, ma la loro comunità conserverà sempre una forte identità al punto che non si amalgameranno mai completamente con i popoli presso cui troveranno ospitalità. Questo è certamente dovuto alla continua attenzione a conservare riti, religioni, tradizioni in qualsiasi luogo e tempo. Tutto ciò rende le comunità ebree chiuse e diverse, e quindi malviste dall’esterno.

E’ una dinamica verificabile nella vita di tutti i giorni: più un gruppo sociale è chiuso, più avrà la possibilità di mantenere la propria identità, che però finisce per coincidere con diversità e quindi proprio per questo sarà oggetto dell’avversione altrui, che a sua volta spingerà il gruppo a chiudersi ancor di più.

Inoltre è un dato di fatto che il contributo degli ebrei, pur se ovunque perseguitati, alle arti, scienza, letteratura mondiali è assai consistente rispetto al loro numero. Insomma, dovunque vadano gli ebrei sono considerati un po’ come i secchioncelli bravissimi e saputelli del primo banco che si fanno sempre i cavoli loro e che continuano sulla loro strada anche se tutto il resto della classe li prende in giro.

Praticamente in tutta Europa nei secoli passati, gli ebrei vengono relegati nei ghetti (zone circoscritte della città) che vengono chiusi al tramonto e dai quali, ogni tanto, vengono scacciati. Ogni volta che c’è una pestilenza o una carestia, la rabbia dei popoli europei si scatena sugli ebrei che impersonano perfettamente il ruolo di capro espiatorio, così caro ad ogni cultura in ogni tempo.

Inoltre, dato che agli ebrei è proibito possedere terre e sono esclusi da quasi tutte le attività lavorative, essi si dedicano ad una delle poche a loro consentite: prestare danaro. Così quando, ad esempio, i re non sono più in grado di pagare i loro debiti, ecco che scatenano una persecuzione contro gli ebrei, e il problema è risolto.

Ma cosa accade in Palestina durante la diaspora ebraica? Succede un pasticcio, perché arrivano i mussulmani (l’Islam nasce intorno al 600 d.C.). E cosa fanno? Costruiscono sul monte dove sorgeva il sacro tempio ebraico, ben due moschee, una della quali (la Moschea della Roccia) sopra la roccia dalla quale Maometto sarebbe asceso al cielo in un suo misterioso viaggio che – guarda caso – sarebbe anche la stessa roccia sulla quale Abramo stava per sacrificare il figlio prima d’essere fermato da Dio (insomma Maometto, con tutte le rocce che ci sono al mondo, proprio da quella doveva salire in cielo!).

In due parole, il monte del tempio (o spianata delle moschee) diventa un luogo super sacro per tre religioni: quella ebraica, la mussulmana e anche il Cristianesimo a causa delle numerose visite di Gesù al tempio e della presenza del Santo Sepolcro, la cui “liberazione” dai mussulmani è il motivo (almeno formale) delle Crociate.

Escludendo le brevi parentesi dovute al successo di alcune Crociate più altri limitati periodi, la regione palestinese rimane parte di regni o imperi mussulmani fino al termine della prima guerra mondiale, quando si dissolve l’Impero Turco (Ottomano) e la Palestina passa sotto il controllo inglese. Tra la prima e la seconda guerra mondiale, anche per le aumentate persecuzioni in Germania ed Italia, un continuo flusso migratorio di ebrei si muove verso la Palestina, la storica terra ebraica, dove si organizzano comunità e insediamenti che cominciano ad entrare in conflitto con gli arabi che, in grande maggioranza, occupano quelle terre.

Gli ebrei non hanno infatti mai completamente abbandonato l’idea di avere un loro stato (nei secoli si parlerà di Cipro o addirittura dell’Uganda). Poi arriva Hitler che certo è un folle ed esagera, ma – detto tra noi – non s’inventa da zero la storia della persecuzione degli ebrei: come visto, si trattava di un’attività secolare, ben radicata nella civile Europa. Sta di fatto che i tedeschi ci si mettono d’impegno e fanno fuori milioni d’ebrei.

Finita la guerra, tra le mille cose che vanno sistemate c’è la Palestina (ancora controllata dai britannici) e la questione degli ebrei che, da secoli vogliono tornare ad avere un loro stato, e che escono dall’Olocausto del quale le potenze vincitrici si sentono in parte colpevoli per aver fatto un po’ finta di nulla.

Così si pensa di risolvere il tutto autorizzando l’arrivo di migliaia di ebrei in Palestina e la successiva nascita di uno stato ebraico ed uno arabo-palestinese. In definitiva, a confronto dei massicci movimenti di popolazioni e ridisegno di confini di tante nazioni che seguono la fine della guerra, sembra che questo problema non sia il più complesso (per capirci: l’estensione dell’attuale Israele è circa quella dell’Emilia-Romagna e il numero di arabi che dovettero emigrare per “far posto” agli ebrei fu di circa 700.000, poco più del doppio degli italiani cacciati dall’Istria e dei quali nessuno si ricorda). Inoltre uno stato arabo-palestinese non esisteva, anche se è evidente che non si può pretendere di occupare una terra sulla base del fatto che duemila anni prima era stata occupata dai propri antenati.

Negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra perciò, un gran numero di ebrei, molti dei quali scampati all’Olocausto, riesce ad arrivare in Palestina e ad organizzarsi al punto da proclamare la nascita dello stato d’Israele il 14 maggio 1948 con un atto legale (perché autorizzato dall’ONU), ma che in qualche modo lascia presagire ciò che avverrà, ossia che Israele vuole prendersi più terra possibile, compresa Gerusalemme che era stata invece assegnata ad un’amministrazione internazionale. Il giorno successivo, tutti gli stati arabi circostanti, in appoggio ai palestinesi, le cui terre sono occupate dagli israeliani, scatenano una guerra contro Israele, che, però, così come quelle successive del ’67 e del ’73, non fa altro che rafforzare territorialmente lo stato ebraico.

Lo stato arabo-palestinese non è mai nato (né è mai esistito così come mai è esistito un “popolo palestinese”, NdA) e i palestinesi sono attualmente confinati in due sole, piccole zone (Cisgiordania e la striscia di Gaza) dell’originaria regione controllata dagli inglesi e che sarebbe dovuta essere divisa equamente tra ebrei e palestinesi. Israele possiede una potenza economica e militare debordante ed è appoggiato dagli Stati Uniti e ciò permette loro di controllare di fatto i territori palestinesi, anche se non può invaderli o annientarli completamente perché l’opinione pubblica internazionale (compresi gli Stati Uniti) non lo consentirebbe.

Esiste anche un problema demografico: gli israeliani (come tutti i ricchi occidentali) fanno sempre meno figli, mentre i palestinesi continuano a crescere di numero. Per questo Israele non può inglobare i territori palestinesi, perché si ritroverebbe uno stato in cui gli arabi sono maggioranza. Preferisce una situazione in cui i suoi nemici sono di fatto confinati in prigioni a cielo aperto, quale è in special modo Gaza che è un enorme ghetto dove vive oltre un milione di palestinesi (proprio come i ghetti dove gli ebrei erano confinati…) dove può entrare solo ciò che decidono gli israeliani.

La situazione di Gerusalemme è emblematica della difficoltà di convivenza di due popoli così diversi (semplificando: “freddi” occidentali e precisini gli ebrei, levantini confusionari e “caldi” gli arabi palestinesi): gli ebrei vanno a pregare al cosiddetto muro del pianto (che è l’unico pezzo del famoso tempio rimasto in piedi dopo la distruzione ad opera dei Romani), che coincide con il bordo della spianata delle moschee, sacra per gli arabi mussulmani. Tensione massima in spazi ristrettissimi.

Nonostante la soluzione del problema sia evidente (due stati per due popoli), metterla in pratica appare oggi assai complicato e non intendiamo addentrarci troppo nella questione. Purtroppo tanta violenza passata nutre la violenza presente e anche quella futura. Semplificando molto, possiamo affermare che la situazione in Israele è un archetipo della incapacità del mondo ricco, occidentale e anche – perché no – democratico di trovare un equilibrio pacifico con popoli poveri, demograficamente superiori, magari meno maturi “democraticamente”, ma, proprio sulla base dei principi democratici, degni di ogni diritto. Un incontro inevitabile che ogni giorno s’avvicina ad ognuno di noi, per strada, a scuola, nelle nostre città.

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5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. agatarobles

    è bello quest’articolo, perché non è di parte.e ciononostante non mi sembra “indifferente”. Dirò alcune cose, in qualche caso sconnesse tra loro: la prima è che Elias Canetti, ebreo, premio nobel per la letteratura, da una versione, tra le righe, quantomeno “inquietante” dell’olocausto e la seconda è che alla fine dell”800 ebrei sionisti a Parigi raccoglievano i fondi per tornare in Israele e fondare uno Stato, cosa che puntualmente avvenne alla fine della 2a guerra mondiale: ma già dopo la prima guerra mondiale l’ Haganah, organizzato da Ben Gurion si occupa di attentati ai palestinesi: Ben Gurion, quello che al suo arrivo nel nuovo Israele, muove i primi passi proclamando: gli arabi? “li getteremo tutti a mare”. Parole di vendetta e rivalsa, parole di odio, di uno che ha subito violenze e vessazioni quando stava in Europa, no? Del resto, il perdono e la misericordia entrano per la prima volta nella cultura cristiana, non in quella ebrea o musulmana. Questo è uno spunto per il lato “storico” della vicenda.Un lato dove ha un’importanza predominante sia la necessità da parte degli ebrei di tenere acceso il senso di colpa degli occidentali nei loro riguardi, sia la sindrome dell’isolano di cui soffrono: il dato demografico dovrebbe portarli molto a riflettere. Tuttavia, prima della storia c’è una preistoria, una paleontologia, un’archeologia: mi è molto piaciuto che nell’articolo si fa uso della parola archetipo, perché in qualche modo coglie quello che penso del territorio palestinese, e in nessun modo mi fa pensare che questo conflitto verrà mai risolto: il nucleo arcaico delle nostre religioni monoteiste, come se fosse il centro fluido e bollente della storia, si può toccare con mano in quella terra, dove, meravigliosamente tutto ha avuto inizio. Gli ebrei? finalmente da vittime a carnefici, con i loro droni spiano gli arabi, arrestano i bambini che lanciano pietre, impediscono a marito e moglie di vivere sotto lo stesso tetto, sequestrano le altalene ai bambini, rubano le terre ai palestinesi, non rispettano gli accordi di pace, massacrano i vecchi, creano ghetti, boicottano le scuole costruite dalle onlus internazionali. Gli ebrei, quelli che hanno permesso agli Stati Uniti di diventare una potenza mondiale, e ai N.Y di essere la grandemela, e che dai primi coloni d’oltreoceano hanno imparato tanto: come si chiude un popolo in una riserva dopo averlo ubriacato, piegato e derubato, che si sono cibati di capitalismo cantando di kibbutz,Ci sopravviveranno, a tutti noi, così come sono stati abituati a sopravvivere a sé stessi. Ciao e buona pasqua (senza resurrezioni, possibilmente)

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  2. Marinda

    Leggo, ascolto, seguo sempre con interesse queste questioni. Ma alla fine quello che mi influenza di più non è il capire, non è l’oggettività, la giustizia. Sono i vari Philip Roth, Mordecai Richler, Safran Foer, Susan Sontag,Albert Einstein,i maestri del pensiero sociologico, Woody Allen, Steven Spielberg, I fratelli Cohen, i fratelli Marx, Ben Stiller, Bob Dylan,Barbara Streisand, Marc Jacobs, che fanno parte di me e mi vien da dire: quanto hanno fatto per me ‘sti ebrei. Bhe gli ebrei mi piacciono, anche se lo stesso non si può dire dell’attuale governo israeliano. D’altronde anche se italiana, non credo di meritare di essere assimilata all’attuale nostro governo italiano…

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  3. kiki

    Bello, molto bello. Complimenti all’autore.
    Aggiungo un paio di spunti:
    1. all’indomani dell’olocausto, una corrente di pensiero si domandò perché non fare nascere uno stato ebraico negli USA (mi pare in Ohio), visto che lì c’era tanto spazio e c’erano già tanti ebrei; USA wasp ed ebrei USA in coro gli dissero “ragazzi, non scherziamo!” e iniziarono a finanziare a balùs uno stato ebraico in Palestina;
    2. “una terra senza popolo per un popolo senza terra; questo era lo slogan del movimento sionista internazionale in quel periodo (i palestinesi sentitamente ringraziarono);
    3. in realtà, proveniendo per gran parte dall’europa centro-orientale, imbevuti di antinazionismo e solidarismo comunitario, i primi insediamenti ebraici post-bellici in Israele e lo stato d’Isarele stesso nascono come laici e filo-socialisti; poi arriverà la logica malata della Guerra Fredda a introiare il tutto.

    Consiglio libro sul tema (magari da acquistare alla Libreria Taschini): La Tamburina, di John Le Carrè. Spettacolare (il film, tanto per cambiare, non regge il confronto)

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