Tecnici della Telecom

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Qualche settimana fa, ero impegnato nella realizzazione del format del torneo di frisbee “Paganello”. Il format è la struttura del torneo, ossia illustra la composizione dei gironi e definisce come le squadre s’incroceranno nei quarti di finale, semifinale, ecc. E’ molto facile fare errori: se scrivi un 2 al posto di un 3, si scontrano due squadre che non dovrebbero e il meccanismo va a rotoli.

Dopo aver controllato e ricontrollato, invece di ri-ricontrollare, decido di mettere il format on-line in modo che gli atleti partecipanti al torneo diano un’occhiata e m’informino degli eventuali errori (come in effetti avviene).

Si tratta di un tipico atteggiamento informatico, figlio di internet: rendere disponibile un certo prodotto a un gran numero di persone, confidando nel fatto questa moltitudine sia in grado di correggere errori meglio e più velocemente di quanto possa fare la persona o il gruppo ristretto di persone che l’ha creato. E’ più o meno il medesimo principio su cui si basa l’open source di cui s’è discusso qualche numero fa.
Una bellissima cosa: la collettività che funziona meglio del singolo.

Faccio queste riflessioni e intanto accendo il computer per collegarmi al sito de L’Undici (così come dovrebbe fare almeno dieci volte al mese qualsiasi persona sana di mente), ma internet non funziona. ‘azz…vabbè…riproverò tra qualche minuto. Alzo la cornetta del mio telefono fisso per chiamare un amico ed invitarlo a vedere la partita di Champions League (così come dovrebbe fare almeno dieci volte al mese qualsiasi persona sana di mente) e il telefono fisso non funziona. Ecccheccazzo! Vabbè, gli scrivo un sms e me ne vado a nanna.

La mattina dopo quando mi svegliano gli uccellini e il dolce sole primaverile, riprovo a collegarmi: niente, nada, niet. Telefono fisso: non c’è la linea. Che diavolo succede!!!? Poi un’immagine d’orrore mi appare davanti agli occhi: il giorno prima per le scale ho visto vagare due tecnici (si fa per dire) della Telecom, impegnati in alcuni lavori condominiali. Vuoi vedere che…
A pranzo torno a casa e riesco a beccarli. “Scusate, ma a me non funziona più il telefono: non è che avete fatto qualcosa ai cavi del mio appartamento?”. Il tipo che ho davanti ha lo sguardo nel vuoto e un’espressione perduta: “Ah sì, certo – sbadiglia – lei è quello dell’ultimo piano, vero? E’ che ieri non sapevamo qual era il suo cavo e ne abbiamo provato uno a caso: evidentemente non era quello giusto. Adesso veniamo a sistemare tutto”.

Come? Ma che cazz…Ma che modo di fare è? Ma Iddiobenedetto!! Ma se non fossi tornato a casa per pranzo, sarei rimasto senza telefono fino a quando??? Sono sconcertato di fronte alla candida ammissione dell’errore di quel tecnico Telecom. Non riesco a capacitarmi di quel modo di fare. Ma poi ci rifletto un attimo: che cosa hanno fatto quei tecnici se non applicare esattamente lo stesso tipo di principio che aveva portato me a pubblicare il format del torneo su internet? I tecnici si sono detti: perché perdere tempo per capire qual è il cavo giusto? Perché fare il lavoro fatto bene e metterci quindi un bel po’ di tempo? Facciamolo così come viene: se c’imbrocchiamo, siamo tutti contenti, altrimenti qualcuno si lamenterà, gli chiedermo scusa e torneremo a sistemare, e che sarà mai?

Con la stessa nonchalance quanti giornalisti pubblicano quotidianamente notizie senza averne verificato la veridicità, almeno sulle edizioni on-line dei loro giornali? Se qualcuno fa loro notare che quello che hanno scritto non corrisponde a verità, no problem, si ringrazia, ci si scusa e con un paio di click si sistema tutto. Perché controllare le fonti? Perché approfondire? Perché fare verifiche? Sarebbe solo una perdita di tempo e il tempo non c’è: bisogna essere veloci e immediati, questo è l’importante.
Chiunque si sia avvicinato al mondo dell’informazione, chiunque abbia visto pubblicate notizie o informazioni di cui ha una approfondita conoscenza, non avrà potuto non constatare, quasi sempre, la massa di imperfezioni, falsità, leggerezze di cui è zeppo un articolo o un servizio televisivo.

Il sano principio di condivisione alla base dell’ open source che assume deliberatamente che ciò che viene pubblicato sia imperfetto e chiede dunque aiuto alla comunità per migliorarlo, in altri settori diviene un atteggiamento pressapochista, complice l’ansia di velocità e la massa enorme di informazioni disponibili (e quindi incontrollabili), che sottintende e prevede l’abbandono del valore di fare il lavoro “a regola d’arte”.

Lo stesso spesso accade anche con gli articoli scientifici: superficiali e pubblicati con scarse verfiche. Ma se chi deve controllare se un articolo è superficiale esegue il controllo con superficialità, quale altro può essere il risultato? Se la velocità nell’eseguire il lavoro, il numero di articoli pubblicati, l’immediatezza della notizia sono il valore e il metro di giudizio della società, quale altro può essere il risultato?

Chi fa le cose “a regola d’arte” finisce di frequente per far la figura del coglione, del perdente o, nel migliore dei casi, del pedante. Perché inevitabilmente impiegherà più tempo di chi affronta il lavoro in maniera superficiale. Ma se si considera preferibile eseguire un lavoro velocemente e poi, eventualmente, se qualcuno si lamenta, correggerlo, invece che portarlo a termine in maniera ben fatta, che altro possiamo attenderci? E rischia di far la figura del disadattato anche chi pensa che il lavoro altrui sarà fatto “a regola d’arte”, chi legge gli articoli convinto che chi li ha scritti abbia controllato e ricontrollato le fonti, le notizie e i risultati di cui scrive.

Cosa avrei dovuto fare di fronte alla superficialità dei tecnici della Telecom? Essi sono perfettamente integrati nel mondo e certamente non peggiori dello standard. Avrei dovuto telefonare o inviare una raccomandata al servizio-clienti della Telecom? Ridicolo e inutile. O forse avrei dovuto catechizzare i tecnici stessi spiegandogli il valore del “lavoro ben fatto”? Patetico.

Qual è dunque la soluzione? Una sola: continuare ad impegnarsi al massimo in ciò che si fa e continuare proteggere e sostenere il valore del “lavoro ben fatto” e del tempo necessario per eseguirlo.
E che tutti gli altri se ne vadano a quel paese.

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