Shackleton

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“Cercasi uomini per spedizione rischiosa. Paga bassa, freddo estremo, lunghi mesi nella più completa oscurità, pericolo costante, nessuna garanzia di ritorno. Onori e riconoscimenti in caso di successo”

Ernest Henry Shackleton (Kilkea House, 15 febbraio 1874 – Grytviken, 5 gennaio 1922)

E’ l’annuncio che pubblica nel 1914 l’esploratore britannico Ernest Shackleton per la sua ultima avventura: la attraversata a piedi dell’Antartide. Sembra impossibile, ma a rispondere all’annuncio sono in 5.000! All’epoca le esplorazioni sono di gran moda – il Polo Nord e Sud sono stati conquistati da poco – e gli esploratori sono considerati autentici eroi. Partecipare ad una spedizione di questo tipo significa vivere in condizioni estreme, isolati dal mondo per mesi, ma anche diventare famosi, spesso ricchi, scrivere libri, dare conferenze, riempire i teatri d’Europa e Nord America, essere ricevuti da re e regine, ecc.

Dopo un’accurata selezione, Shackleton sceglie 27 persone. L’idea è navigare fino alle coste dell’Antartide, sbarcare insieme ad una parte dell’equipaggio, attraversare il continente a piedi e farsi venire a prendere dall’altra parte. Gitarella da niente… La nave di Shackleton, l’Endurance, salpa nell’agosto del 1914 pochi giorni dopo lo scoppio della prima guerra mondiale. Shackleton porta con sé marinai ed esploratori, ma anche scienziati, libri, strumenti scientifici, cani da slitta e un brillante fotografo e cineoperatore, Frank Hurley, incaricato di documentare ogni momento dell’impresa.

Dopo un lungo viaggio e diverse soste, nel dicembre 1914, l’Endurance si addentra nella banchisa (la zona di mare piena di ghiaccio galleggiante NdA) e poche settimane dopo, in vista della terraferma, nonostante siamo in piena estate antartica, rimane intrappolata nel ghiaccio. I tentativi di liberarla sono vani e la nave va alla deriva insieme al ghiaccio che la imprigiona allontanandosi progressivamente dalla terra, senza che il suo equipaggio possa fare nulla. Anche se fa un freddo cane e si trovano in totale isolamento, la vita dell’equipaggio non è terribile: la nave è accogliente, le provviste non mancano, si legge, si gioca a scacchi e anche a football sul ghiaccio. Le giornate ci vengono raccontate dai numerosi diari e dalle foto e dalle riprese di Hurley. Non c’è panico, né scoramento: sono esploratori e sono lì per quello.

Intanto i mesi passano: dopo l’estate, c’è autunno, poi l’inverno di buio quasi completo e infine la primavera. La speranza è che con l’arrivo dell’estate, il ghiaccio si apra e liberi la nave. Purtroppo accade tutto il contrario: nel novembre del 1915, la pressione del ghiaccio aumenta e finisce per stritolare l’Endurance, che affonda. I racconti di Shackleton e compagni e le foto della nave distrutta testimoniano il momento di profondo sgomento: ora sono soli, in mezzo al ghiaccio, alla deriva nel grande mare Antartico.

Ma Shackleton è un inguaribile ottimista, il suo motto è: “What happened happened” (Ciò che è successo, è successo), non si dispera mai ed ha un’incrollabile fiducia nelle possibilità sue e dei suoi uomini. Viene allestito un accampamento nel nulla assoluto dove gli esploratori vivono sotto le tende a vari gradi sotto zero, per altri lunghi mesi. Le provviste cominciano a scarseggiare e Shackleton è costretto a dar l’ordine di uccidere e mangiare i cani. Intanto tutti continuano a scrivere diari e Hurley a scattare foto.

Le tende sono piantate nel ghiaccio che galleggia sul mare e ogni tanto si spezza, così che, in un paio di occasioni, è necessario spostarle trascinando sul ghiaccio tutto l’armamentario, comprese tre scialuppe salvate dal naufragio, con sforzi e sofferenze indicibili. Il 9 aprile 1916, dopo essere andati alla deriva sul ghiaccio per migliaia di chilometri verso nord, Shackleton capisce che è troppo pericoloso rimanere su placche gelate sempre più fragili. Su tre scialuppe, nel bel mezzo del mare Antartico, con venti paurosi, onde gigantesche e un freddo estremo, gli esploratori navigano per 6 giorni e 6 notti senza dormire, in condizioni inimmaginabili, riuscendo a sbarcare sulla terra ferma: l’isola Elefante, poco più di uno scoglio, completamente disabitato ed isolato. Anche durante questa attraversata, quando la fine sembra ad un passo, il morale è a terra, le temperature scendono a -20° C, l’acqua gelida del mare inzuppa ogni cosa, Shackleton e compagni scrivono i loro diari e Hurley scatta foto…

Arrivati all’isola Elefante, le prospettive non cambiano: zero possibilità di essere salvati dall’arrivo casuale di una nave, freddo polare, neve e ghiaccio ovunque, solo foche e pinguini (l’unica fonte di approvvigionamento di carne e grasso che serve da combustibile per il fuoco). Ma Shackleton è un capo con i controcoglioni e il 24 aprile 1916 decide d’imbarcarsi insieme ad altri cinque verso l’isola della Georgia Australe dove sa di trovare soccorsi. Il problema è nel mezzo ci sono oltre 1500 chilometri di uno dei mari più tempestosi al mondo, fa venti sottozero, Shackleton e i suoi uomini sono alla deriva sul ghiaccio da 15 mesi e hanno a disposizione solo una fragile scialuppa lunga sette metri. Ma non c’è alternativa: foto di rito e si parte! Nonostante sia un ottimista, Shackleton non è ovviamente sicuro di farcela e lascia un testamento ad uno dei suoi compagni che rimangono sull’isola in cui dà specifiche istruzioni sul libro da scrivere e sulle condizioni contrattuali delle foto della spedizione.

Il viaggio è durissimo, ma dopo due settimane (sempre minuziosamente narrate dai diari dell’equipaggio), i sei sbarcano sulle spiagge della Georgia del Sud. Ovviamente dalla parte sbagliata dell’isola…L’unico villaggio popolato da balenieri è infatti sull’altro lato, irraggiungibile via mare a causa dei venti contrari. Anche questa volta, c’è solo un’opzione: zero lamentele e zaino in spalla: bisogna attraversare l’interno dell’isola, tra valli e ghiacciai sconosciuti. Dopo una marcia di 36 ore consecutive, Shackleton e compagni, dopo un anno e mezzo d’isolamento, tornano alla civilizzazione: i primi che incontrano sono due ragazzi, che alla vista di quei fantasmi, scappano impauriti. Sarà il comandante norvegese del porto a riconoscere Shackleton e fornirgli cibo in abbondanza e finalmente un letto e un bagno caldo.

Ora non rimane che tornare a riprendere i compagni rimasti sull’isola Elefante, tra cui anche Hurley, il fotografo, che continua a scattare foto. A Shackleton occorreranno ben tre mesi per trovare una nave, ma il 30 agosto 1916 il capitano appare all’orizzonte: come promesso è tornato a riprendere i suoi uomini. Sono tutti salvi. All safe, all well! Dio solo sa che emozioni devono aver attraversato l’anima e il cuore di quell’uomo in quell’istante…Che capitano!!!

L’impresa di Shackleton fu, senza dubbio, straordinaria ed è probabilmente la più famosa epopea del genere, tuttora oggetto di libri, mostre, leggende, lezioni su cos’è la leadership, perfino canzoni, come quella del maestro Battiato. A ciò contribuisce il fatto che la vicenda si concluse bene e che Shackleton era un personaggio assai noto. Eppure non fu l’unica spedizione così avventurosa e drammatica, guidata da esploratori famosi. Ce ne furono molte altre svoltesi in condizioni ancora peggiori, dai toni ancora più epici. Inoltre l’Endurance non era stata costruita per gesta eroiche, bensì per portare “turisti ricchi a fare safari ai poli”: era una nave comoda e ben equipaggiata. E allora perché l’avventura di Shackleton è così famosa? Beh, probabilmente per i minuziosi diari, scritti in ogni condizione e frangente e soprattutto per le decine di fotografie che ancora oggi ci testimoniano in maniera efficacissima – come solo le immagini sanno fare - tutti i momenti dell’avventura.

Shackleton incoraggiava continuamente i suoi uomini a non smettere mai di scrivere i loro diari e Hurley a continuare a fotografare. Shackleton non era solo un coraggioso esploratore, ma anche un astuto imprenditore e innovatore: aveva venduto in anticipo i diritti sul libro e sulle foto e con il ricavato aveva finanziato buona parte della spedizione.

Tutto l’equipaggio era ben cosciente che si sarebbero scritti libri sulle loro gesta e che tutto ciò che facevano era immortalato dalle foto destinate al folto pubblico a casa, il cui gradimento avrebbe determinato il vero successo (anche economico) della loro avventura. Questa consapevolezza era tale che uno dei membri della spedizione (Lees) arriva a scrivere nel suo diario, riferendosi alla lunga attesa sull’isola Elefante: “In diverse occasioni avremmo potuto, con una delle barche, arrivare fino alle foche che occasionalmente vedevamo sulle placche di ghiaccio a pochi metri da noi, ma se avessimo avuto tutto ciò di cui avevamo bisogno, non avremmo patito le sofferenze sulle quali scrivere e questo sarebbe stato un male per il libro. Le sofferenze fanno vendere molto di più”….

Shackleton e compagni erano perciò lì anche e soprattutto “per essere raccontati”, per essere “guardati”, per vendere la loro avventura, perché il pubblico a casa s’appassionasse alle loro sofferenze…Hurley arriva a falsificare la foto del momento dell’arrivo di Shackleton sull’isola Elefante (che non è riuscito ad immortalare con una buona foto), per avere un’immagine ad effetto con la quale chiudere le conferenze pagate a peso d’oro: il pubblico ha bisogno di immagini emozionanti – non importa se vere o false – e bisogna dargliele ad ogni costo.
Insomma…Shackleton, oltre che coraggioso e di un animo indistruttibile, era così moderno da avere in qualche modo anticipato l’attuale cultura della “condivisione” di qualsiasi atto della nostra vita.

PS. Un ultimo dato: anche il famoso annuncio è un falso, nel senso che non esiste alcuna prova che sia stato sul serio pubblicato e tanto meno che l’abbia pubblicato Shackleton…Ma tanto chissenefrega?! Chi mai avrà il tempo e la voglia di controllare le fonti?…

PPS. per chi vuole vedersi un bel documentario sulla spedizione (con molte immagini originali!), clicchi qui.
(sottotitoli, in inglese, qui)

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Simone Venturo

    Ma cosa c’entra una base in antartide nel 2010 con una spedizione in antartide a inizio ’900?

    Rispondi
  2. giampi

    Non era intenzione muovere alcuna critica ai metodi di finanziamento di Shackleton, anzi…
    Il riferimento all’Isola dei Famosi (comunque iperbolico) voleva proprio puntare l’attenzione anche su quest’aspetto molto “pratico” e spesso trascurato di quelle spedizioni, ossia come finanziarsi.
    E in questo senso, come scritto, Shackleton fu un eccezionale esploratore, ma anche un moderno imprenditore, perché comprese il valore (in ogni senso) delle immagini e della comunicazione.

    Rispondi
  3. Marco

    Oggi come allora non è possibile fare una spedizione scientifica senza un finanziamento di qualcuno. Oggi quel qualcuno siamo tutti noi con le nostre tasse, e fatto 100 quello che arriva a destinazione 300 è quello che si mangia la macchina burocratica governativa SOLO per gestirle.
    Che male c’è a ottenere un finanziamento in cambio di un servizio? E quale delle due è più etica?
    La differenza tra l’Isola dei famosi e l’Endurance è eclatante. Nella prima lo scopo e il denaro e la “gita” è il mezzo nella seconda l’inverso.
    Non c’è prezzo per la vita e NESSUNO farebbe un’avventura del genere per denaro. Parlo con cognizione di causa perchè nel mio piccolo ho fatto il mestiere di Shakelton… meglio, del suo mozzo… Lo shakelton di oggi si chiamava Zucchelli è ha lottato più che con l’ambiente col governo per riuscire a creare quella che oggi è la base italiana a lui titolata e che quelli che come me che sono stati lì (5 anni di spedizioni per più di 18 mesi di permanenza) a fare in modo che i ricercatori facessero il loro lavoro e tornassero vivi chiamano affettuosamente “casa”.
    Non è un gioco e nessun idiota farebbe una cosa del genere per denaro, i motivi sono altri.
    In effetti mi manca l’esperienza sull’isola di famosi, ma non lo sono e così sono salvo…
    Spero di tornare presto nella mia Antartide se il governo non deciderà di buttare tutto alle ortiche.
    Personalmente se per permettere che la ricerca continui potessi lavorare pagandomi le spese e ci pagassero i cubetti di ghiaccio che possiamo portare indietro (unica attività estrattiva permessa in Antartide) non ci vedrei niente di male.

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