Il Deserto

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Il sole gli brucia il viso, gli spacca le labbra, bruciate come il tronco di un albero squarciato da un fulmine in alta montagna. Cammina con difficoltà, prima un piede, un momento di fragile equilibrio, poi l’altro. Potrebbe cadere a terra da un momento all’altro, ma sa che se accadesse, se affondasse nella sabbia di questo deserto senza fine, non si rialzerebbe mai più: gli sciacalli si porterebbero via la sua carne…

Per questo non si ferma, e la sua ombra, inchiodata alla sua spalla, trascinan la pesante indifferenza della sua esistenza. Sono tanti giorni che cammina che si è dimenticato il motivo che lo ha spinto a cominciare. In effetti, se qualcuno gli avesse domandato, quella mattina, quando se ne andò di casa, volgendo i propri passi verso est e il deserto, di certo non avrebbe saputo spiegare esattamente qual era la sua meta e l’anima del suo pellegrinaggio. Probabilmente lo stesso atto di camminare era, allo stesso tempo, mezzo e fine, causa e conseguenza.
Ieri sera, mentre era immobilizzato dal gelo sotto un cielo nero di stella, ha finito le sue ultime gocce d’acqua della borraccia che portava con sé e ha pensato che presto avrà bisogno di altra acqua. In nessun momento ha preso in considerazione la possibilità di tornare indietro. In ogni caso, era troppo tardi. Non gli rimaneva altro che mettere un piede davanti all’altro e camminare verso est, sempre verso est.

Il sole è solo una pietra incandescente in mezzo al cielo, sembra immobile, un occhio pigro che segue l’avanzare di quell’essere ridicolo che si sforza di non cadere nel suo effimero andare. Vorrebbe sfidarlo con i suoi occhi, fissarlo con le pupille fino a bruciarsi la retina, fino ad accecarsi nella luce. Quando non sarà più in grado di camminare, lo farà, si butterà sulla sabbia, a faccia in su, lasciando che il caldo vorticoso penetri nel suo corpo, attraverso gli occhi, la bocca, il naso, i pori della pelle, e ossidi anche l’ultima goccia di sangue.

Cammina verso est, senza cibo né acqua, senza preoccuparsi di nulla se non del suo prossimo passo. Il deserto intorno, pulsa di miraggi e sembra che la sabbia, all’orizzonte, voglia abbracciare il cielo, come un cordone ombelicale che unisce la vita e la morte, la veglia e il sonno.

Non sappiamo nulla di più della sua storia. Non sapremo mai se si continuò verso est o se scelse di dirigersi a nord, o di sciogliersi nelle viscere del mondo. Le sue orme, nella sabbia, formano piccole dune, che donano vita ad una struttura frattale di deserto, sole e vento in cui, se avessimo pazienza, vedremmo avanzare altri viandanti che, a loro volta, con il loro incedere sterile e creatore allo stesso tempo, genererebbero nuove, minuscole dune, attraverso le quali, in una eterna spirale d’inquietudine, il fluire del tempo si aprirebbe come un fiore nel vortice dove confluiscono, sin dall’origine dell’universo, il caso e il destino.

di Poetaperundia (http://poetaperundia.blogspot.com/)

contributo dalla rivista catalana: El Criteri

[traduzione di Adrian e Jumpi]

 

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