Esiste il colore bianco?

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A ben guardare il linguaggio che gli uomini, per una tacita convenzione (all’inizio: locale, onomatopeica, post gestuale), si sono dati è costituito da termini sinonimi e contrari; i primi per arricchire il vocabolario ed i secondi per descrivere la realtà circostante.

Uno dei più grandi filosofi greci, Eraclito, sotto il suo ristretto angolo visuale, ha teorizzato tutto questo ed ha nettamente distinto l’acqua dal fuoco, il freddo dal caldo e quant’altro sino all’applicazione a realtà puramente astratte: virtù in contrapposizione a vizio.

La lingua italiana, che deriva in massima parte da quella greca e latina, è permeata da questi riferimenti lessicali, così che siamo abituati ad usare l’alfa privativa (morale e a-morale) per distinguere e contrapporre una parola-espressione ad un’altra nel senso che manca del suo contenuto originario.
In realtà il termine di contrapposizione a “morale” è “immorale”, mentre il termine “a-morale” sta a significare l’esclusione e cioè l’al di fuori dalla morale, il che nella considerazione dei valori può essere più o meno positivo o negativo.
Ma che cosa c’entra tutto questo rispetto al colore bianco?
C’entra perché, contrariamente a quanto possa ritenersi, il colore bianco non ha come contrario il nero ma il non colore. Nella pittura il colore bianco non è necessario perché si presume che il bianco sia quello stesso del foglio (acquarello) o della tela, ben considerando, peraltro, che si possa ricorrere, attraverso un miscuglio di colori, a diverse tonalità di bianco.

Così come il giudizio di valore, che comunemente si accompagna al “bianco”, in realtà è anch’esso una convenzione (è tale per il mondo occidentale, non lo è per altre civiltà), come quando per il mondo romano era tale la veste bianca dei concorrenti ad una carica pubblica (la toga bianca e da qui il “candidato”). Il che non lo contrapponeva a “nero” ma era l’immagine concreta di un procedimento di spersonalizzazione a somiglianza di quanto tuttora avviene nel mondo anglosassone con l’uso, per i giudici, della parrucca bianca.

Traducendo queste considerazioni su un piano concettuale, la questione del bianco risulta immanente alla vita e al bagaglio culturale di ciascuno di noi nel senso che laddove c’è il bianco esiste una realtà incontroversa non necessariamente postulante il colore nero. In definitiva non vi è una distinzione per così dire manichea tra bianco e nero. Il bianco è, quindi, un non-colore e cioè ha un suo essere ontologico senza che possa ottenersi in via puramente sperimentale, pur considerando che paradossalmente il “non colore” è quello decisamente prevalente nella realtà concreta ed esistenziale.

Molto spesso si adopera il “bianco” come sinonimo di “neutro” o “neutrale”: si alza la bandiera bianca in segno di resa; si  deposita nell’urna una “scheda bianca”; la colomba della pace è sempre “bianca”, il che conferma il suo valore a sé stante, laddove il colore “nero” viene comunemente usato come espressione di tristezza o di trasgressione (la bandiera nera dei “pirati”) senza che vi sia una connessione necessaria tra il bianco e il nero.
Il bianco richiama il concetto di innocenza e di mitezza, virtù questa che era ed è al centro del discorso delle Beatitudini (ai miti sarà dato il possesso del mondo) ma che viene sistematicamente ignorato dalla massima parte di noi, presi come siamo dall’uso della violenza e della sopraffazione.
E pensare che soltanto con la mitezza è possibile salvare il mondo!
Il bianco è tutto questo e tutto in una volta, pur essendo, nella umiltà della scala dei colori, un non colore.

 

 

 

 

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