Il film del mese: The hurt locker (Kathryn Bigelow)

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Locandina 'The Hurt Locker', Kathryn Bigelow, 2009A sorpresa il potente film di Kathryn Bigelow straccia il favorito Avatar e si porta a casa 6 Oscar meritatissimi (nonostante la concorrenza di altissimo livello). La Bigelow con un film senza star (una muore subito e l’altra fa poco più di un cameo) e su una guerra che nessuno fa vedere è la prima donna a portarsi a casa le statuette più prestigiose del mondo del cinema. L’undici ha visto in anteprima per voi il film 14 mesi fa e si augura che gli oscar lo riportino nelle sale con la distribuzione che merita

Nel suo numero marzolino, l’Undici paga pegno alla Notte degli Oscar(s) 2010. Lo fa alla sua maniera, raccontandovi un film che in realtà è del 2008, che è uscito nei primi giorni del 2009 e che fino ad oggi han visto in pochi, penalizzato da una distribuzione sotto traccia che lo ha tenuto in poche sale per pochissimi giorni....and the winner is ... the hurt locker!
Va bene, stiamo parlando del Trionfatore, non di un film minore: con sei statuette tra cui le due più importanti (miglior film e miglior regia); però si tratta pur sempre di un film a budget limitato che straccia il film-monstre per eccellenza, nato per battere tutti i record e costretto ad accontentarsi di premi minori (consolandosi però con gli incassi, poverone).
D’accordo, Kathryn Bigelow non è quel che si dice un’autrice off, né un esordiente; però non è nemmeno una macchina da Oscar(s): un paio di film interessanti in apertura di carriera, l’adrenalico e ormai cult Point-break (1991),l’eccessivo Strange Days (1995) e un altro paio di film tosti ma semi-sconosciuti (Il mistero dell’acqua, 2000; K-19, 2002); il tutto inframmezzato da qualche serie TV e qualche cortometraggio.

 

Ti prego Kathryn... dirigimi!

 

Ve lo concedo, la sfida dei sessi con l’ex-marito e la sindrome da tifiamo per Davide contro Golia può avere condizionato i nobili votanti dell’Academy of Motion Picture oltre i meriti effettivi dell’opera, ma qui stiamo parlando del primo film sul tema (seconda) guerra in Iraqad avere uno straccio di riconoscimento, dopo gli infastiditi silenzi riservati allo strepitoso Redacted di De Palmae al dignitosissimo Nella Valle di Elah (vabbè, datemi quel fenomeno di Tommy Lee Jones e quella topolona di Charlize Theron e vi parlerò bene anche di un Cinepanettone di Neri Parenti).
Se per capire il senso del titolo non guasterebbe un decreto interpretativo (chi lo indica come locuzione dello slang militare per designare gli artificieri, chi come locuzione dello slang militare per indicare la cassetta dentro cui tornano in patria gli oggetti personali dei militari USA morti in missione, chi come locuzione dello slang militare per descrivere un luogo particolarmente rischioso; alla fine, si concorda sul fatto che probabilmente è una locuzione dello slang militare, ed è già qualcosa), la trama è così semplice da non meritare quasi di essere raccontata: il sergente Will James arriva in Iraq per guidare un team di sminatori completato dal sergente Sanborn e dal soldato Eldridge (il precedente caposquadra è saltato in aria nel disinnescare una bomba alla prima scena). Per tutto il film, si segue l’azione del terzetto, cadenzata sullo schermo dal conto dei giorni di servizio (accipicchia, qui va a finire che la Bighellona mi cita o mi plagia “Soldati, 365 all’alba” di Marco Risi), annusandone la paura ad ogni angolo di strada, ad ogni civile con un telefonino in mano, ad ogni cavo in fondo al quale potrebbe essere attaccato un ordigno come no; ma anche condividendo l’adrenalina mascherata da calma apparente del sergente James, che affronta gli ordigni come se fossero normali serrature da smontare, con la lucida curiosità di chi vuole scoprire chi vincerà ‘sta volta tra lui (l’artificiere) e loro (le bombe).

 

Attenzione: Spoiler!

 

E quando, terminato il 365° giorno di servizio, James torna a casa, dove lo aspettano una moglie amorevole ed un figlio appena nato, si accorge che la tranquillità di una vita normale (attenzione: nessuna melensaggine, solo la normalità di giocare con il piccolo ed andare al supermercato) non lo soddisfa più. Nessuna crisi di identità, nessun accesso di ira, né notti insonni a ripensare al carnaio iracheno, nessun pensiero che vada sulle ali del pathos ai commilitoni rimasti là; semplicemente, la consapevolezza che manca qualcosa, anzi: che manca tutto (grandiosa la scena in cui James, abituato in Iraq a mettere in gioco la sua vita scegliendo in pochi secondi quale filo elettrico tagliare, mandato al supermarket dietro casa a prendere i corn flakes resta paralizzato, incapace di scegliere di fronte a un’intera scansia di scatole e di marche). Non gli resta che ridarsi volontario per altro turno di 365 giorni, ciascuno dei quali potrebbe essere l’ultimo (e non a caso, il film si chiude con l’immagine di un nuovo giorno 1 in cui il nostro, aggregato a una nuova squadra, si appresta a disinnescare una nuova bomba).

 

fine spoiler

 

Poi vi diranno che è un film militarista, ma è solo un modo per convincervi a restare chiusi dentro casa quando viene la sera. Certo, qui tra i soldati USA non ci sono gli psicopatici patenti decritti in Redacted o in Nella Valle di Elah, non sono stuprate 15enni irachene e non sono investiti con l’Hummer poveri cristi innocenti. Ma la denunzia dell’orrore della guerra, della sua inutilità, della mancanza di qualsiasi via di uscita, di come cambi la mente e l’animo degli esseri umani, sono presenti in ogni scena del film.
È un film fatto di sporcizia, di calura, di polvere in gola (per inciso: la voce del doppiatore del Sergente James vi resterà nelle orecchie per mesi), di sudore, di paura. Dove i buoni e i cattivi non si distinguono. Dove nessuno è innocente. Dove il coraggio è solo alienazione, o peggio drug-addiction, ed il nemico è dappertutto. I marines iper-tecnologici che guidano i bombardieri bevendo una tazza di caffè e le rigogliose montagne sospese di Pandora, appartengono ad altri mondi.

 

Moneyshot:

Il film è esplosivo

il film è composto di sequenze quasi indipendenti, staccate le une dalle altre. Forse così è questa guerra: momenti diversi, slegati ognuno decisivo, essenziale. La prima scena col tentativo di disinnesco dell’esplosivo ti butta dentro il film, dentro la guerra, ti fa pulsare come le vene nel cervello di questi soldati.

PS: Da buon damsiano, io l’ho visto al Lumiere, ma questa volta non per pagare meno il biglietto o cuccandomi i sottotitoli: come si diceva all’inizio, nemmeno nella tentacolare ed anti-amerikanista Bologna un film così ha avuto una degna distribuzione (una decina di giorni scarsi al Lumiere ai primi dell’anno e via andare); speriamo che adesso con gli Oscar(s) lo ritirino fuori per il popolo bue.
PS2: Mereghetti all’indomani dell’Oscar ne parla con freddezza, ma non date retta. Fa finta che non gli sia piaciuto, più semplicemente si capisce che non l’ha proprio visto.

Cast tecnico
Regia:Kathryn Bigelow
Sceneggiatura:Mark Boal
Musiche:Buck Sanders , Marco Beltrami
Fotografia:Barry Ackroyd
Montaggio:Bob Murawski , Chris Innis
Scenografia:Karl Júlíusson
Costumi:George L. Little
Cast
Sanborn: Anthony Mackie
Eldridge: Brian Geraghty
Cast: Guy Pearce
James: Jeremy Renner

Il trailer

Ancora in sala:

La bocca del lupo di Pietro Marcello: un film unico, duro, come ha detto più di qualcuno sembra girato con gli occhi di Fabrizio De André

L’uomo che verrà di Giorgio Diritti: un film necessario, non riconciliante, non partigiano, non revisionista. Fa male perché le atrocità fanno ancora male.

Invictus di Clint Eastwood: l’immenso Clint si allontana dalla sua visione della fine del sogno americano per fare un film mitico su un personaggio mitico.

Il Concerto di Radu Mihaileanu: film sorprendente che grazie al passaparola continua a raccogliere un pubblico (sempre soddisfatto) oltre ogni aspettativa

Lourdes di Jessica Hausner: un film premiato dagli agnostici razionalisti e dalla stampa cattolica. perché è un bel film che fa vedere persone vere in un posto vero.

 

Crazy heart di Scott Cooper: una storia forse già vista ma così ben fatta con volti e luoghi strepitosi e con l’immenso Jeff Bridges che finalmente si è portato a casa l’Oscar

Alice in wonderland di tim Burton: un film più Disney che Tim Burton, una fabula con più Propp e meno Carroll. comunque un grande spettacolo

The Shutter island: un film di genere di Scorsese. col suo grande mestiere ci regala comunque un film teso e angosciante.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Gigi

    La nostra eroina Kathryn Bigelow stava preparando un film dal titolo KILL BIN LADEN. I fatti e/o le messe degli ultimi giorni ora la costringono a modificare il soggetto.

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  2. Gigi

    bè alla fine nonostante gli oscar, nonostante gli elogi di Zizek, nonostante lundici e nonostante sia un ottimo film che fino adesso non ha visto nessuno (per cui un pubblico potenziale ce l’aveva), be’ insomma The hurt locker non è stato più distribuito.
    e le sale sono piene di inutili film italiani.

    gig(I)

    Rispondi
  3. Gigi

    Anche negli Stati Uniti l’effetto oscar non c’è. distribuzione minima (349 sale, una roba da piccolo cinema indipendente). gli incassi (22, 5 milioni di dollari all over the world) comunque hanno ormai superato il budget iniziale (15 milioni circa)

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  4. Gigi

    sull’onda del successo agli oscar e grazie alle pressioni dell’undici The hurt locker è stato nuovamente distribuito. In 14 sale in tutta italia.

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