I sommersi e i salvati

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Nel libro “I sommersi e i salvati” Primo Levi scrive che le domande più spesso rivolte ai sopravvissuti all’Olocausto erano: “Perché non vi siete ribellati?” e “Perché non siete scappati prima?”. Prima che vi catturassero, prima che vi caricassero sui treni piombati, prima che vi chiudessero nei ghetti.
Levi risponde innanzitutto che non era oggettivamente facile: gli ebrei nei lager non erano esattamente atletici come Steve McQueen ne “La grande fuga”, né era agevole, come oggi, prendere un aereo e volare in America.

Ma l’analisi più interessante è un’altra: oggi sappiamo cos’è accaduto, ma allora, prima, non era così automatico prevederlo. Era invece più semplice, nonostante Hitler avesse parlato chiaro, “disconoscere i segnali, ignorare il pericolo e confezionare verità di comodo”.

Quando, dopo anni di violenze, morti e segregazione, i tedeschi decisero di ripulire il ghetto di Varsavia, sparsero la voce che avrebbero portato gli ebrei a lavorare in alcune fabbriche ad est, e a chi si sarebbe presentato spontaneamente sarebbe stata regalata della marmellata. In molti accettarono, salirono di propria volontà sui camion e finirono direttamente nelle camere a gas.

Tanti ebrei colti e cresciuti nella “civile” Europa, nonostante i chiarissimi segnali, “non solo non prevedevano, ma erano organicamente incapaci di concepire” un male così grande o che si sarebbe arrivati fino a quel punto.
Invece che fuggire prima, era più comodo e umano aggrapparsi alle proprie abitudini, al mondo che si conosceva, all’illusione che qualcosa sarebbe cambiato, a quella che oggi ci appare l’assurda convinzione che i tedeschi si sarebbero fermati, che il male avrebbe colpito altri. Fino all’ultimo, anche oltre l’ultima, illogica speranza…

E noi? Oggi?…
Bisogna sempre diffidare dello sguardo del poi, e avere invece la presenza e il coraggio di guardare all’oggi, chiedendosi ogni giorno se non si tratti di un prima. L’11 serve anche a questo.

 

[foto di Jumpi]

 

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    L’ articolo del direttore lo leggo, quasi per caso, solo oggi. Riporta una situazione dolorosa e vera, terribilmente concreta, che si manifesta ogni qualvolta il Male ci sta a ridosso: la mente rifiuta che possa abbattersi su noi e inesorabilmente corriamo dentro la sua morsa. È sterile l’ esercizio a posteriori della recriminazione, tanto inutile quanto angosciante per chi già
    si sente colpevole di sopravvivere. Credo che la natura umana rincorra la Speranza sino all’ ultimo attimo. Forse se così non fosse rifiuteremmo di vivere al primo affacciarsi del pensiero consapevole. Tuttavia bisogna chiedersi cosa facciamo per prevenire gli esiti nefasti di patologie a noi già note. Quando il copione comincia a materializzarsi opaco, ma minaccioso, dovremmo saper reagire: il virus che si ri-presenta trova gli anticorpi. Così narra la medicina. Se ciò non accade significa che siamo stati aridi a lungo, incapaci di far scorrere linfa vitale nell’ organismo. Il vento spezza e frantuma poi, in un crescendo d’ orrore, i rami fragili. Mi chiedo con dolore perché gli esseri umani non imparano.

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