Facciamo colazione anche con un toast del resto

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Le generazioni più giovani in qualche modo l’hanno data per persa. Col tempo hanno abbassato le aspettative con l’illusione che almeno quel poco l’avrebbero avuto. Ma il loro Dio Minimale non è più in grado di soddisfare le loro piccole aspettative: niente Manna dal cielo, al massimo un toast (e forse neanche quello).File di giovani che non aspettano niente

In un numero passato, su L’Undici si sottolineava come il potere fosse in mano alle generazioni più anziane. Ma i famosi ggiovani cosa fanno? L’impressione che si ha è che a questo punto le generazioni più giovani l’abbiano data per persa, che non abbiamo più né voglia né interesse non dico a farsi largo, ma neanche a sentirsi coinvolti, quasi non gliene importasse più niente. Sembra quasi un’autoesclusione, un non volersi immischiare in affari che sono visti non alla portata o troppo sporchi o comunque poco interessanti. Il bivio verso l’età adulta, a qualunque età anagrafica arrivi, viene visto come una dicotomia tra lo sporcarsi, il diventare disonesti, arrivisti, opportunisti e il rimanere onesti ma marginali magari cercando di godersi al meglio la vita con quello che si ha, tanto una birra dal pachistano o un volo Ryanair ce lo si può permettere.

È emblematico il fatto che possiamo ancora includere tra le generazioni giovani quelli che oggi sono più o meno quarantenni. Cresciuti in un periodo in cui erano ancora nell’aria gli echi di una generazione che voleva cambiare il mondo hanno attraversato gli anni in cui si sognava un paese normale per arrivare agli anni zero in cui è consolidata l’ideologia e la prassi di arrangiarsi nel facciamo un po’ come cazzo ci pare.
Quello in cui credevano i genitori non si è mai realizzato ma i figli non hanno potuto fare a meno di assimilare quei sogni di rivoluzioni e quelle battaglie per le conquiste sociali e politiche anche se in fondo non ci hanno mai creduto. Ma i desideri, le ambizioni, le speranze degli anni Sessanta ed evoluti nei Settanta (un decennio ricco e complesso, vitale e contradditorio oggi banalizzato e liquidato con l’epiteto spregiativo Anni di Piombo) hanno rovinato la vita ai figli. Quei sogni irrealizzati ma ancora presenti incombono come un incubo sul presente perché ormai non sono solo irrealizzabili (in fondo non lo erano neanche 30 o 40 anni fa) ma semplicemente sono inutili, inservibili nel contesto che si è venuto a realizzare dagli anni Novanta in poi.

I trentenni hanno forse assimilato la lezione e si sono accontentati di un progresso piccolo borghese che aborrisce la rivoluzione e la sostituisce col sogno pragmatico di essere normali, di avere una vita senza troppi casini adattandosi alla società che passa il convento. Ci si rende conto che non è proprio il migliore dei mondi possibili, ma è quello vero e non è più tempo di lottare contro i mulini a vento né di sperare di avere treni che arrivano puntuali, ma di arrabbattarsi con quel poco di servibile che ancora c’è.

L’impressione poi è che le generazioni nate dalla metà degli Ottanta in poi siano state in qualche modo educate alla maleducazione e alla disillusione del mondo: guardate che quello che c’è la fuori non è mica tanto bello, e per quanto vi sbattiate sarà sempre peggio, per cui pensate a voi stessi, cercate di ritagliarvi il vostro piccolo spazio e non disturbate il manovratore che tanto lui non si disturberà per voi. La rivoluzione non gli è neanche mai stata raccontata e anche l’idea di poter minimamente migliorare la società è considerata più che un’utopia, una folle illusione.

Negli anni le pretese e le aspettative hanno continuato ad abbassarsi tra precarietà, servizi inesistenti, sfiducia nelle istituzioni e nel futuro. Appena usciti dall’università una volta ci si aspettava una carriera, poi si sperava in un lavoro sicuro, quindi in qualcosa che facesse arrivare a fine mese e infine a sperare di non pesare troppo sui genitori. Si è passati dal sognare la Ferrari Testa Rossa ad aspettarsi almeno una Yaris con l’aria condizionata. Si sognava di viaggiare e conoscere il mondo, ci si ritrova a sperare di farsi un week end low cost in una capitale europea.
Si mostrano le mutande ma non si guarda da nessuna parteCon l’equivoco che meno si chiede e più facile è avere il sogno si è fatto sempre più piccolo. E credere che con l’umiltà di chi non disturba e chiede poco poi quel poco lo ottenga di diritto è stato l’errore più grosso: maccome, non ho disturbato nessuno, non ho alzato la voce, sono stato buono e bravo e pretendevo così poco e non mi viene dato neanche questo? Sì è creduto che autoescludendosi, non occupandosene là fuori restasse un mondo comunque accettabile che ti lasciava quel minimo che pretendevi per la tua buona condotta. Invece è rimasta solo la disillusione.

In fondo a quelli che per motivi non sempre anagrafici sono ancora chiamati giovani è sempre stato raccontato di studiare che sarebbe servito per trovare un lavoro, di fare i bravi che ci sarebbe stata la ricompensa, di pazientare che sarebbe arrivato il loro turno, di fare la scelta giusta perché prima o poi avrebbero raccolto i frutti, di impegnarsi che poi i sacrifici sarebbero stati ripagati. E quindi si è continuato a credere che esistesse un mondo che in qualche modo rispondeva in maniere coerente. E visto che la risposta continuava a non arrivare nelle forma aspettata si è cominciato più o meno consapevolmente a chiedere sempre meno.

La filosofia del tra memoria e santità è lo stesso, basta che ci sia il posto è stata’ assimilata passivamente e magari non coscientemente, ma è diventata preponderante.
Viste da fuori queste generazioni che non han più santi nè eroi sembra che non credano più in niente. Se avessero un Dio sarebbe un Dio estremamente minimal, un Dio che non ti apre il passaggio sul Mar Rosso ma gentilmente ti suggerisce di fare qualche passo verso Nord che ha mandato la siccità e attraversare il Giordano non sarà impossibile, un Dio che non ti chiede il martirio in cambio di un aldilà con 72 vergini ma che ti promette una irsuta magrebina se non compri prodotti israeliani, un Dio che non ti soverchia con un perenne senso di colpa ma che ti dice che forse potevi fare meglio ed essere un po’ più bravino. Ormai i sogni scudetto sono accantonati, il mister in un impeto di ottimismo vi farà ambire alla più affrontabile aria della Coppa Uefa, ma poi farà giuocare le riserve e sarete eliminati da una squadra greca.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. fiorella modeo

    Non sono più giovane, questa è una certezza e sicuramente mi riconosco nell’identikit della mia generazione: anch’io ho cercato di trasmettere quelli che consideravo i valori condivisi ed ho spinto i miei figli nella direzione dell’impegno, dello studio, della formazione perché ero convinta che la conoscenza e la cultura fossero gli strumenti per la propria autonomia, indipendenza di pensiero e di scelte libere, senza escludere l’opportunità di conquistare un ruolo dignitoso ed attivo rispondente ai propri requisiti nella società in cui ci si è trovati a vivere. Mi fa male constatare quanto oggi questa visione sia stata fallimentare, ma penso anche che oggi farei gli stessi “errori”. Mi fa ancora più male, però, osservare che accanto a quei valori, dovevamo dare anche le armi del coraggio, della determinazione, della volontà di pretendere quello che spetta di diritto alle nuove generazioni. Ecco perché seguo con speranza la nascita dei nuovi movimenti e spero, spero fermamente che queste formazioni non si facciano abbindolare dai sempre presenti “omini della diligenza” Il Paese dei balocchi non esiste, e un eventuale Paese dei diritti (ma anche dei doveri) va costruito insieme. F.

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