11 marzo: bomba o non bomba?

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L’11 marzo 2004 sembra un giorno come tutti gli altri. Certo, in Spagna è il giovedì prima delle elezioni politiche, ma nulla lascia presagire gli eventi che stanno per accadere.

Per i sondaggi ci sono pochi dubbi: le elezioni le vincerà il centro-destra al governo da ben 8 anni, il cui candidato è Mariano Rajoy. Ma il leader indiscusso del polo conservatore è il presidente del consiglio in carica José Maria Aznar. Aznar non è Berlusconi, ma poco ci manca (non a caso Berlusconi è stato testimone alle nozze della figlia): Aznar è un duro, va per le spicce, si rende protagonista di atteggiamenti poco eleganti, si vanta di fare 2.000 addominali al giorno (!) e soprattutto, nel 2003 porta la Spagna in pompa magna alla guerra in Iraq al fianco di Bush e Blair.

Il candidato della sinistra è un giovane allampanato che sembra Mr. Bean e che, in caso di vittoria – ipotesi improbabile fino a quel giorno – promette il ritiro immediato delle truppe spagnole dall’Iraq: José Luis Rodriguez Zapatero.
Ma la mattina dell’11 marzo 2004 tutto va per aria, in maniera figurata e letterale. Su diversi treni regionali partiti da Madrid esplodono 10 bombe che fanno 191 morti e migliaia di feriti: è un macello, il più grave attentato mai perpretato in Europa.

Il potere ha quasi sempre saputo approfittare delle bombe, ma questa volta Aznar sbaglia tutto. Poche ore dopo gli attentati, il governo ne attribuisce la responsabilità all’ETA (l’organizzazione separatista basca), considerando “intollerabile” che alcuni “miserabili” possano dubitare di questa evidenza. Aznar istruisce gli ambasciatori in tutto il mondo e fa pressioni su giornali e televisioni perché si affermi chiaramente che gli attentati sono opera dell’ETA. L’intento di quella frettolosa operazione è chiaro: buona parte degli spagnoli vorrebbe andarsene dall’Iraq e lasciar trasparire la possibilità che dietro agli attentati ci siano gli islamisti spingerebbe ancor più l’opinione pubblica a pretendere l’uscita da una guerra per la quale Aznar s’è speso politicamente. Al contrario accusare l’ETA, con cui il duro Aznar ha un conto aperto, rafforzerebbe la sua idea che con i baschi terroristi non si negozia perché sono dei macellai.

Tuttavia, anche se l’ETA non è una congrega di educande, la modalità e le dimensioni della strage fanno subito nascere dei dubbi: ammazzare 191 persone in una botta sola è troppo anche per l’ETA. Oltretutto già nel pomeriggio cominciano a venire allla luce indizi che collegano l’attentato a gruppi islamisti. Ma Aznar rilancia e, in serata, riesce addirittura a far approvare all’ONU un ordine del giorno nel quale si condannano “gli attentati di Madrid, opera dell’ETA”.

Nei due giorni successivi, venerdì e sabato, appare sempre più chiaro a tutti non solo che gli autori dell’attentato non sono i separatisti baschi, ma anche che il governo ha deliberatamente “confezionato” una verità basata sul nulla, occultando all’opinione pubblica elementi ed informazioni che riconducono la responsabilità della strage a gruppi islamisti. Quando la domenica si va a votare, in un clima di forte tensione, Aznar appare già sputtanato come un bugiardo.

Ribaltando i pronostici il vincitore delle consultazioni elettorali è Zapatero (che tuttora governa in Spagna) che riporta la sinistra al governo dopo otto anni.
E’ difficile valutare con precisione il peso che ebbero gli attentati e soprattutto il successivo atteggiamento del governo sul risultato delle elezioni. E’ probabile che alcuni cambiarono decisione all’ultimo momento delusi da Aznar, ma quel che appare certo è che numerosi indecisi e persone che non sarebbero andate a votare, perché ormai distanti dalla politica, lo fecero sull’onda degli eventi e votarono a sinistra. Ossia una fetta di elettori “di sinistra”, che si rivelò decisiva, fu mossa ad esprimere il proprio voto da un accadimento eccezionale

Ora, non siamo certo qui a sostenere che in Italia ci vorrebbero le bombe per smuovere la gente, anche perché non furono direttamente gli attentati, quanto piuttosto il comportamento del governo a causare l’imprevisto esito elettorale, ma è evidente che la situazione politica italiana è tristemente ingessata e stagnante. Tra destra e sinistra è come tra interisti e milanisti: è ben difficile che un interista si converta in un milanista o viceversa e chi non vuole immischiarsi nella zuffa, semplicemente rimane in silenzio. Berlusconi calpesta diritti ed istituzioni da anni e chissà quante ne farà ancora, ma quasi nulla si muove. Si ha la sensazione che solo un avvenimento straordinario (come ad esempio lo fu Tangentopoli) possa sparigliare le carte.

E allora? Nell’attesa cosa dobbiamo fare noi che di questo scempio non ne possiamo più? Prendere le distanze dalla politica in senso stretto, lasciando la gestione dello stato al “potere” e lavorando invece nel locale e nel pratico attorno a questioni concrete? Oppure invece non fare assolutamente nulla? Perché la “pseudo-attività” e la “partecipazione” altro non fanno se non, paradossalmente, coprire la desolazione di cui è artefice il potere che preferisce una dialettica piuttosto che un silenzio minaccioso. Dobbiamo votare comunque “all’opposizione” pur sapendo quanto una sua larga parte sia consustanziata a quel vecchiume che è concausa dell’attuale situazione? Combattere in Parlamento o augurarci un nuovo Aventino? Oppure invece fregarcene, rischiando di scivolare nel qualunquismo, attendendo la fine di Sua Escremenza? O forse, come suggerisce Slavoj Zizek, adottare un atteggiamento di aggressività passiva (contrapposto alla passività aggressiva) come una casalinga che invece d’opporsi attivamente al marito ne sabota passivamente le attività?

La primavera, intanto, tarda ad arrivare…

 

[foto di Jumpi]

 

 

 

 

 

 

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