Undici leoni: indomabili?

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Undici leoni: indomabili?Riflessioni compunte e concettuose sulla storia, la geografia, l’econometria e l’astrologia del football africano all’indomani della XX Coppa d’Africa per nazioni e (soprattutto) nell’imminenza della prima Coppa del Mondo organizzata nel Continente Nero

Il 2010 sarà finalmente l’anno dell’Africa, calcisticamente parlando? Di giavlaz négar ad zugadur (traduzione per non romagnoli: una serie di prestanti atleti di colore), cannonieri che imperversano in tutti i campionati maggiori (l’ivoriano Drogba nella Premiership, il camerunense Eto’o in Italia, il maliano Kanouté nella Liga), leader vincenti di squadre vincenti come Sissoko nella Juve… E poi, i mondiali da padroni di casa!
Possiamo risolverla in due maniere: come farebbe Tiziano Crudeli, che è una versione appena più competente e credibile dei vari Gianni Mura e Mario Sconcerti, gridando che almeno due squadre africane andranno di sicuro in semifinale, salvo poi urlare all’indomani della completa eliminazione che i negar i è minga bon de giüca al palùn (soprattutto Muntari ed Eto’o). Oppure possiamo trattarla in maniera un poco più scientifica, che è l’unica maniera in cui non si dovrebbe mai guardare al giuoco del football; ma questa è una rivista raffinata, con pretese scientifiche, culturali e sociologiche, scritta e letta (non necessariamente i due coincidono) da un tale numero di ricercatori da far invidia a qualsiasi pubblicazione del CNR, quindi procediamo con metodo deduttivo.

 

La formazione dello Zaire nel 1974Un po’ di Storia, in onore di Kwame Nkrumah, senza il quale coi cazzi che oggi il Ghana sarebbe ai mondiali.
Lo Zaire ai Mondiali in Germania nel 1974L’Africa Nera fa la sua comparsa sul palcoscenico internazionale ai mondiali di Germania ’74, ed è un esordio memorabile, in cui inzupperà il pane la Gialappa’s anni dopo; è lo Zaire del portiere Dimbi Tubilandu, che durante il match contro la Jugoslavia sostituì il titolare, reo di avere subito tre gol nei primi 20’ (il Dimbi, nei restanti 70’ ne prenderà solo altri sei); di Ilunga Mwepu, che su un calcio di punizione aspetta correttamente il fischio dell’arbitro prima di calciare, lasciando attoniti il pubblico, lo stesso arbitro e … Rivelino (la punizione era per il Brasile VIDEO). Solo quattro anni dopo (è l’ArgenMundial del ‘78) però, la Tunisia lascia tutt’altro ricordo di sé: su tre partite batte il Messico, pareggia a reti bianche con la Germania campione in carica e perde – facendosi così eliminare – solo con la Polonia di un giovane Boniek, di un vecchio Deyna e di un calvo Lato.
Italia-Camerun ai Mondiali in Spagna nel 1982Da allora il football africano non dispensò più buon umore: nell’82 il Camerun di Nkono e Milla chiude imbattuto (ed eliminato) nel girone da cui escono Campione del Mondo (Italia) e terza (la Polonia di un grande Boniek, di un vecchio Zmuda e di un calvo Lato). Ma, soprattutto, l’82 è l’anno in cui una squadra africana costringerà i parrucconi della Fifa a cambiare i regolamenti: è l’Algeria di Madjer e Belloumi, che dopo avere battuto i crucchi, ha la colpa di giocare il giorno prima dell’ultima partita del girone, consentendo così a Germania e Austria di cucinare il biscottone (l’unico risultato per eliminare l’Algeria sarebbe stato l’1-0 per l’Austria… beh mo, non va a finire proprio 1-0 per l’Austria? Un giornale spagnuolo titolerà l’indomani “22 algerini rapinati da una banda mista di tedeschi e austriaci”). Dagli europei di due anni dopo a tutt’oggi, le partite dell’ultima giornata si giocano sempre in contemporanea per ogni girone (i biscottoni vedi Svezia-Danimarca 2a2 non sono scomparsi).
A Messico 86, per la prima volta l’Africa supera il primo turno; è vero che nell’intervallo ’86-’94 praticamente il primo turno serviva per eliminare in tutto otto squadre su 24, ma il Marocco si qualifica come prima nel suo girone, un girone con tre europee, ed è eliminato agli ottavi da una punizione di Mattheus all’89° minuto. E meglio ancora farà il Grande Camarrùn di Italia ’90, che approda ai quarti ed arriva a quattro minuti dalle clamorose semifinali, prima che Oman Biyik solo davanti al portiere decida di provare un calligrafico 3-1 di tacco (tanto ormai la partita è vinta…) e che Lineker decida che si è rotto i coglioni (doppietta). Nel ’94 una bellissima Nigeria resta intrappolata – anche lei a pochi secondi dal triplice fischio – nel Cul de Sac, un risultato bissato (ma con meno lustro) quattro anni dopo a Francia ’98. Torniamo ad esaltarci con il Senegal del 2002, che esce ai supplementari dei quarti di finale con la Turchia, futura terza, ma nell’ultimo mondiale un passo indietro: cinque squadre ai nastri di partenza, una sola qualificata (il Ghana) e subito eliminata da un bruttissimo Brasile.
Va meglio se si guardano altri tornei internazionali, dove però gioca un ruolo probabilmente decisivo l’indeterminatezza anagrafica tipica del cittadino medio africano: belle prestazioni e successi a mondiali juniores ed Olimpiadi, dove il bronzo del Ghana a Barcellona ’92 fa da viatico a due ori consecutivi (Nigeria ad Atlanta e Camerun a Sidney), nonché all’argento ancora nigeriano a Pechino.

 

Un po’ di geografia, in onore della nostra adorabile ministra Gelmini, che la geografia vuole eliminare dalle scuole (a cosa serve la geografia, adesso che tutti hanno il Tom-Tom?).
Se come ha denunziato qualcuno, la geografia sono i fatti che si spostano, quella del football africano si alimenta di un fatto incontrovertibile: l’oscillazione del pendolo sopra e sotto la linea del Sahara. Escludendo i comici spaventati guerrieri dello Zaire negli anni ’70, il calcio continentale ha infatti parlato arabo per tutti gli anni ’80, sull’onda dei risultati di Tunisia, Algeria e Marocco; nei ‘90ies emergono Camerun e Nigeria, ancora oggi potenze regionali, ma dalla seconda metà del nuovo millennio si impone l’organizzazione di gioco dell’Egitto, capace di vincere le ultime tre edizioni di Coppa d’Africa. Particolare non banale: sui 23 della rosa egiziana standard degli ultimi anni, solo quattro giocano all’estero (uno negli Emirati); motivo di orgoglio o principale spiegazione del perché i Faraoni becchino di brutto appena mettono il naso fuori dai confini continentali?
Congiunzioni astrali particolari fanno sì che ogni tanto salti fuori una buona generazione di giocatori, senza però che questa si trasformi in un movimento robusto (la Costa d’Avorio degli ultimi anni, o meteore quali il Senegal 2002 ed il Togo del 2006), altre volte, dignitose leve calcistiche non riescono a partorire quel fuoriclasse in grado di trasformarle in nazionali vincenti (Sud Africa e Ghana da una decina di anni in qua, il Mali quasi).
E i mister(s)? Per lo più europei, spesso decotti (Michel, Nepochemni, Le Guen, Westerhoff) e qualche meteora: è il caso di Bruno Metsu, che carneade era prima dell’exploit con il Senegal e carneade è tornato una volta esaurita la sorpresa (ora convive con una araba, si son comprati un tinello maròn, e si è convertito all’Islam con il nome di Abdoul Karim). Non si conoscono ex-glorie africane che abbiano imboccato con profitto la carriera di allenatore.

 

Un po’ di econometria, in onore dei più prestigiosi ricercatori italiani che sognano di andare ad insegnare Serie Storiche all’Università di Ouagadougou (dietro ogni econometrico, c’è un giardino incantato).
Dal 1974 al 2010 il football africano ha fatto passi avanti o passi indietro? Vale di più una quasi qualificazione della Tunisia in un mundial a 16 squadre, o un ottavo di finale del Ghana in un mondiale a 32? Dà più lustro al movimento un quarto di finale del Senegal, ma con cinque rappresentanti continentali, o una sconfitta su sei partite disputate delle due sole rappresentanti a Spagna ’82? E ancora: chi domina a livello continentale – Nigeria a metà anni ’90, Camerun a inizio 2000, Egitto nell’ultimo quadriennio – brilla di luce propria o è un ciecato in un mondo di ciechi? Che correlazione di causalità esiste tra dominio continentale e prestazioni internazionale?
Nel data set delle nostre observations, si individuano almeno due ciclotrends: la Nigeria 1994-’96 e il Camerun 2000-’02. La Nigeria vince la Coppa d'Africa nel 1996La prima inaugura con la Coppa d’Africa 1994, passa il turno in un girone difficile ai mondiali ’94 e chiude il ciclo vincendo l’oro ad Atlanta, con scalpi all’attivo quali il Brasile di Ronaldo (semi) e l’Argentina di Crespo (finale); quella Nigeria, per inciso, salta la Coppa d’Africa ’96 per ripicca verso le critiche del Sudafrica organizzatore, all’indomani dell’esecuzione di Stato di Ken Saro Wiwa. Il Camerun vince la Coppa continentale nel 2000 e nel 2002, successi intervallati dalle Olimpiadi 2000 e con l’appendice del secondo posto alla Confederations 2003.
In altri anni le correlazioni si perdono: chi domina in Coppa fatica ad arrivare ai mondiali o alle Olimpiadi, chi è abbonato ai mondiali lascia comunque poche tracce di sé in coppa; alla fin fine, rispetto a movimenti da sempre considerati minori quali l’Estremo Oriente e l’Australia, il football africano sembra avere sì accresciuto il peso politico (sei squadre ai mondiali, l’organizzazione di Sudafrica 2010 …), ma non l’effettiva qualità dei risultati.

 

Un po’ di divinazione, in onore di Linda Wolf e dell’incolmabile vuoto di concisione che ha lasciato nel verboso mondo dell’astrologia
Se questo è lo stato del football africano oggi, cosa succederà a giugno-luglio ai mondiali Mandeliani? I padroni di casa nel girone preconfezionato, la Nigeria in quello di Maradona e della Corea del Sud, il Ghana con i crucchi e con gli Ozzies, che hanno acquisito una certa abitudine al passaggio del turno, l’Algeria senza speranza contro Mister Capellow e gli USA, il Camerun a giocarsela con Olanda, Danimarca e Nippone, la Costa d’Avorio between the devil (Brasile) and the deep blue sea (Portugal)…
Alla fine, è grasso che cola se ne passano due agli ottavi ed una agli ulteriori quarti di finale; ma attenzione: se quell’una fosse il Grande Camarrùn, significherebbe che agli ottavi ha passeggiato su quello che restava dei campioni del mondo; nonostante Fabio Grosso, mi sembra improbabile (tenete questo post da parte, me lo rinfaccerete con calma in luglio).

 

Afric Simone

 

(L’immancabile) PS
Da buon damsiano, non potevo evitare di educare le masse sul più grande film (africano) che parli di football (africano): si tratta nientemeno che di Le Ballon de Or (1994), storia di un ragazzino della Guinea Conakry che sogna di diventare calciatore e vincere il pallone d’oro ( trailer). Nonostante lo abbia visto al Lumière, alle quattro del pomeriggio di un giorno feriale di fine maggio quando tutta la Bologna non costretta al lavoro se ne stava al mare o ai giardini Margherita a guardare le belle topine che mostravano l’ombelico e le canottierine sudate dallo jogging, nonostante tutto questo, dicevo, voi non ci crederete, ma il film, insomma, è veramente una cagata pazzesca!

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7 commentiCosa ne è stato scritto

  1. roger

    ciao sono Roger, credo che ci conosciamo dalle feste Erasmus degli anni ’90 in cui ci divertivamo a parlare anche di calcio non solo africano.
    comunque Afric Simone non sono io.

    Non temete il mio Camerun, dietro il grande Eto’o c’è poco. Spero in Ze Meyong.

    Negro è sempre un apostrofazione con sottofondo razzista, ma le citazioni dialettali di questo articolo credo che non possono offendere proprio nessuno.

    A presto
    Roger

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  2. kiki

    Hai detto nozionismo? Ma certo! Afric Simone è quella penna sagace del Tosco, come ho fatto a non pensarci…(e infatti conosceva a memoria Ramaya)

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  3. Lello Z.

    porca vacca, mi sembrava di avere visto un capello rosso sulla pagina dell’articolo, ma poi sta cosa del damsiano mi ha sviato completamente.
    Vedi però che mancava di malignità sostituita da prezioso (e leggermente altezzoso) nozionismo.

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  4. Gigi

    le notizie che ho mi dicono che Afric Simone con i soldi di Ramaya si sia preso 2 lauree e un dottorato. che le nozioni damsiane le abbia assimilate per osmosi. e che abbia passato numerose piacevoli serate a guardarsi vhs di partite di calcio del suo continente.
    l’unico suo rammarico e’ non essere stato ammesso a quel master in econometria all’insubria.

    g.

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  5. Lello Z.

    ..e se no è Afric Simone è sicuramente Madjer (marocchino, siamo in tema), uno dei migliori attaccanti stranieri che abbiano vestito la maglia nerazzurra.
    p.s. manca quel velo di malignità che contraddistingue gli scritti di un autore a me molto caro, il che mi lascia qualche dubbio

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  6. kiki

    Ammazza, che profondità di analisi, che qualità nella scrittura, che godibilità… chi si cela dietro allo pseudinimo di Afrik Simone? Di sicuro un damsiano, ma anche un esperto di serie storiche, uno con la passione del calcio, ma anche per la citazione (mi ha ricordato un’intervista di Patrizio Roversi a Bobo Craxi, che citava un cantautore ogni quattro parole)…
    Va a finire che dietro lo pseudinimo di Afrik Simone, si cela veramente Afrik Simone!

    cuccuccu ramaya a tutti!

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