Schiavi del PIL. Ma che cos’è?

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In un’economia febbricitante, il PIL è il termometro. Ma come funziona? O meglio, funziona?
In una società “a misura” di PIL pochi sanno come si misura.

Che le nostre economie siano in recessione, lo sanno tutti sull’autobus. Recessione vuol dire tempi magri, vuol dire disoccupazione, vuol dire il conto in banca che si assottiglia. Poi il telegiornale ci racconta che la recessione sta finendo, ma la disoccupazione è ai massimi e il conto in banca rimane anoressico. Ma possiamo dormire tranquilli, il PIL presto riprenderà a crescere.

Schiavi del PIL. Ma cos'è?In realtà, recessione a parte, il PIL non sta passando un bel periodo. Ce l’hanno tutti con lui, il cassaintegrato lasciato a casa per la crisi, l’economista smascherato nella sua incapacità a prevedere l’economia, il politico che non può sbandierare il segno “più”. Lo si accusa di essere vecchio, inadeguato. Lo si vuole mandare in pensione. Senza nemmeno provare a capirlo, a conoscerlo. Non passerà molto tempo prima che il PIL, il re delle statistiche economiche, venga declassato a semplice comparsa negli annuari di contabilità nazionale. E per rendere onore a un acronimo che ha fatto la storia dell’economia nel ventesimo secolo, provare a conoscerlo meglio è un imperativo.

Che cos’è il PIL?

PIL sta per “prodotto interno lordo”. Lordo deriva dal latino luridus, sporco, sudicio. E già questo non aiuta a farcelo simpatico.
Quantifica la produzione di una nazione in un dato periodo in “valore” (quindi in termini monetari, non di quantità prodotte).
“Interno” e “lordo” ci dicono rispettivamente che conta anche la produzione delle aziende straniere e delle multinazionali nel territorio di una nazione (“interno”) e che il PIL di un dato anno comprende anche il valore di prodotti degli anni precedenti che non hanno esaurito la loro vita economica (“lordo”). Ad esempio se nel 2010 viene prodotto un computer che vive “economicamente” due anni, il suo valore si distribuisce nel PIL del 2010 e 2011.
Il PIL è considerato attualmente (ma lo sarà ancora per poco) la misura della ricchezza economica di una nazione. L’idea di base è quella capitalistica, più si produce (e quindi si consuma) più si è ricchi. E se il capitalismo funziona (l’economista/ministro Ruffolo ci assicura nel suo libro del 2008 che “ha i secoli contati”) l’economia deve espandersi, quindi il PIL deve sempre crescere. Già, la famosa crescita economica altro non è che la variazione percentuale del PIL tra un periodo e l’altro.
Il PIL non si misura, si stima. Misurarlo è impossibile, bisognerebbe sommare il valore di tutto quello che viene prodotto e venduto, dal caffè del bar ai CD taroccati. Si stima, in maniera un po’ approssimativa, ogni tre mesi e con qualche ritardo. Nel febbraio 2010 disponiamo della stima del PIL fino al settembre 2009, per sapere il PIL di questo primo trimestre 2010 dovremo aspettare giugno. Non solo, la stima del PIL trimestrale è molto approssimativa e per la stima del PIL annuale del 2009 dovremo comunque aspettare ancora qualche settimana.

PIL e recessione

Dunque, un’economia che funziona si espande, ha una variazione del PIL con segno “più”. Il valore assoluto del PIL conta relativamente, tutti guardano con invidia a Cina e India, i cui PIL crescono alla grande anche di questi tempi (tra il 7 e il 10%), anche se lo statunitense medio ha un potere d’acquisto 7 volte superiore a quello del cinese medio e 15 volte quello dell’indiano medio.
In Italia non possiamo lamentarci, il nostro potere d’acquisto è due terzi di quello dello zio americano. Come ormai tutti sappiamo non tira però una gran aria, i dati ci dicono che il nostro PIL sta dimagrendo rapidamente. Se si elimina l’effetto inflazione (infatti l’aumento dei prezzi gonfia di per sé il PIL, che è una misura in valore), il PIL italiano del 2012 è inferiore a quello del 2001. Le nostre “variazioni PIL” sono state in rosso praticamente per tutto il 2008 e il 2009. Nel 2010 c’è stato un accenno di ripresa, praticamente svanito a metà del 2011. Dal terzo trimestre del 2011 ad oggi, solo segni negativi. Gli economisti si riferiscono a questi anni come il decennio perso (decennio e un terzo, a quanto pare…). Visto che la “recessione” viene conclamata quando il termometro-PIL è negativo per due trimestri consecutivi, l’Italia è in recessione da due anni e mezzo. Al primo segno più si dice che la recessione è finita e tutti – ma in particolare gli agenti di borsa – siamo in trepida attesa di questo comunicato, che prima o poi arriverà.

Chi misura il PIL? E come?

Il PIL viene misurato dagli istituti nazionali di statistica, partendo da indagini a campione dal lato dell’offerta (produzione industriale) e della domanda (consumi e acquisti). In teoria ci sono tre metodi a disposizione. Il primo è quello della produzione che cerca di ricostruire il valore della produzione a partire da una serie di stime. Si considerano la produzione delle imprese che operano sul mercato, le produzioni della pubblica amministrazione, ma anche le produzioni “non di mercato” (ad esempio chi si coltiva le zucchine nell’orto e poi se le mangia) e qua il discorso diventa un po’ più complesso. Ad esempio esiste un’indagine sul fatturato delle industrie, un’altra sulla produzione delle aziende agricole, si prendono i bilanci della pubblica amministrazione e così via, e da queste indagini campionarie si ricostruisce la stima del totale della produzione nazionale. L’impresa è ardua, ma esiste una sorta di meccanismo di “partita doppia” grazie al secondo approccio, che è quello della spesa. Se si produce un valore, poi bisogna spenderlo. E quindi se il PIL è la produzione totale, dove va a finire? In parte crea “ricchezza” per consumare, infatti i prodotti venduti creano profitti e salari poi spesi per acquistare. In parte crea investimenti, infatti gli imprenditori investono e i risparmiatori danno i loro soldi per investire. In parte la produzione viene esportata (ma ovviamente bisogna anche considerare le importazioni). Quindi, per capire quanta ricchezza c’è, si può procedere anche a ritroso. Si sommano consumi, investimenti ed esportazioni, si sottraggono le importazioni e si dovrebbe avere nuovamente e magicamente il PIL. L’ISTAT ci dice che bene o male alla fine i conti tornano. Un terzo approccio, che però è oggettivamente utopistico e la stessa Istat ammette che non è una strada percorribile fino in fondo, è quello di guardare ai redditi. Infatti, se di ricchezza stiamo parlando, se sommiamo i profitti e i redditi di tutti i componenti dell’economia dobbiamo arrivare ancora una volta al magico numerino.
Ora, se uno vuole fare il difficile, è chiaro che con questi metodi è lecito attendersi errori di una certa dimensione. Diciamo dell’1%. Ma allora come possiamo esultare quando ci dicono che la crescita è passata da un -0.5% a un +0.5%? Non potrebbe essere un semplice errore di calcolo?
Per fortuna l’errore (probabilmente grande) nella stima “assoluta” del PIL diventa molto più ridotto quando guardiamo alle variazioni da un anno all’altro, visto che il metodo usato è sempre lo stesso. E in ogni caso dobbiamo fidarci…

Oltre il PIL

Da molti decenni l’equazione PIL = ricchezza = benessere viene contestata. E non solo dai critici del capitalismo, ma – soprattutto recentemente – anche da capitalisti convinti e ministri dell’economia che vorrebbero una valutazione meno negativa del loro operato.
Per farla breve, se in Italia abbiamo il sole, il mare, il buon cibo e il buon vino, allora stiamo meglio dell’americano dello Iowa che deve farsi due ore di macchina per andare al lavoro e che pasteggia ad hamburger e coca-cola tra un tornado e l’altro. Poveri ma felici, è possibile?
In realtà il tema è tutt’altro che banale. Ad esempio, se la crescita del PIL e l’espansione dell’economia si porta dietro un aumento delle polveri sottili e dell’asma nelle città, questo si traduce anche in costi sanitari, quindi in un peggioramento dell’economia anche nel più puro e cinico senso monetario.
Si comincia a parlare di una sana “decrescita”, sempre facendo riferimento al PIL. Il passaggio successivo sarebbe quello di trovare un nuovo indicatore, o meglio una serie di indicatori, per misurare il nostro benessere.
Addirittura Sarkozy si lanciò in questa sfida, creando una super-commissione “sulla misura della performance economica e del progresso sociale” diretta da tre luminari dell’economia, due premi Nobel (Stiglitz e Sen) e inevitabilmente un francese un po’ meno celebre, Jean-Paul Fitoussi.
Saranno ricordati come quelli che pensionarono il PIL per regalarci il nuovo termometro senza mercurio?

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