Nuntereggae più

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Pulizia - foto by JumpiAvete presente come funziona un concorso universitario? Esistono due modi. Nel primo caso vince il migliore sulla base di un esame e dei titoli. Altrimenti, prassi di gran lunga più comune, vince il candidato “pre-scelto” dai professori più o meno potenti dell’università.

Pulizia - foto by JumpiI criteri di selezione sono la parentela con altro potente, ma più spesso, l’aver atteso pazientemente il proprio turno. Il meccanismo è così collaudato che, spesso, sapendo già per chi è stato bandito un certo concorso, nessun altro si presenta (o spesso, per salvaguardare le apparenze, viene fatto iscrivere un candidato “finto” che poi non si presenta) : bisogna saper stare al proprio posto, ed aspettare.

Avete presente come funzionano (quasi tutte) le primarie del PD? Nello stesso modo. L’”apparato di partito” decide chi dovrà vincerle, spesso sulla base dell’appartenenza e della fedeltà ad una certa oligarchia, e poi, se proprio le primarie si devono fare, gli si mette accanto un candidato “bravo a perdere”.

Come per i concorsi universitari, è possibile che il prescelto sia effettivamente bravo e capace, ma il punto è che è invece quasi impossibile che a vincere sia un outsider, estraneo e quindi eventualmente non ricattabile e controllabile dalla nomenklatura. Si preferisce accettare il rischio di non scegliere il migliore piuttosto che affidarsi a chi non assicurerà la continuità. In altre parole: meglio rischiare di perdere le elezioni mantenendo il potere dentro all’apparato piuttosto che vincerle perdendo il proprio potere interno…

Alle recenti primarie pugliesi ha vinto chi non doveva vincere: Nichi Vendola. E’ successo che il “partito”, invece di assicurare una competizione libera, senza dunque prendere posizione, aveva “pre-scelto” il vincitore (Francesco Boccia, NdA), “invitando” Vendola a ritirare la propria candidatura. Ma Vendola è un capatosta, ha disobbedito, ha partecipato ed ha vinto.

 

Forse Vendola non è “il nuovo che avanza” e non è detto che vincerà le regionali, ma la sua vicenda dimostra quanto potente sia lo strumento delle primarie (forse l’unica novità coraggiosa e distintiva introdotta dal PD) per scardinare il sistema di cooptazione oligarchica che sta alla radice del distacco tra cittadini e rappresentanti politici, ma anche come il suo corretto funzionamento sia tutt’altro che garantito dai vertici del PD.

 

Dopo la Puglia, Bologna…Il sindaco Delbono, accusato di aver speso soldi pubblici per portare a spasso la propria fidanzatina (il Cinziagate) s’è dimesso pochi giorni orsono. Subito dopo bisognava decidere la data delle elezioni; la data più opportuna sembrava il 28 marzo, in coincidenza con le regionali, ma il ministro Maroni ha detto no: vi mando un commissario e se parla a giugno, anzi ad ottobre, anzi l’anno prossimo. Apriti cielo! I bolognesi tutti s’incazzano e soprattutto s’incazza il PD.

Ma siamo sicuri che, oltre all’indubbio problema di non avere un sindaco e all’onta di essere governati da un commissario come un qualsiasi comune mafioso, dietro all’indignazione del PD non ci sia altro? Non sarà che se si fosse votato a breve, il candidato sindaco PD si sarebbe potuto scegliere senza primarie o con primarie “accomodate”, mentre ora, votando tra un anno, c’è il rischio che scappi fuori un outsider, un rompiscatole alla Vendola (che peraltro oggi non si vede all’orizzonte)?

Nonostante ai bolognesi piaccia affermare il contrario (“Bologna è cambiata, non è più quella di una volta”), a Bologna non è cambiato quasi nulla: la Lega che ha scavalcato il Po, sotto le due torri non avanza, gli immigrati non sono (ancora) un problema tale da determinare sconvolgimenti politici (come nella vicina e (ex-)rossa Toscana) e nemmeno il berlusconismo arrogante ha attecchito (Guazzaloca che mise fino a 50 anni di amministrazioni di sinistra nel ’99 è un pacioccone). Gli scossoni socio-politici che attraversano l’Italia sfiorano Bologna che è rimasta grassa, rossa e dotta. Come disse Pasolini trent’anni fa, Bologna continua ad essere “un esempio di come avrebbe dovuto essere amministrata dai democristiani una città”.

Purtroppo, anche il PD/DS/PDS/PCI è fermo…in tragica attesa di farsi spazzar via non appena la bufera arriverà anche nella città felsinea. Nel ’99 il partito (allora DS), dopo interminabili faide interne tra correnti, dirigenti e segretari, scelse come candidato sindaco (al tempo non esistevano le primarie) la “politica d’allevamento” Silvia Bartolini, convinto che i bolognesi l’avrebbero votata “a prescindere”, perché tanto Bologna è rossa. Prima del secondo turno, in città si diffuse la leggenda che tanti elettori di sinistra, proprio per fastidio verso quel metodo impositivo e prepotente, avrebbero votato per “Bartolini troia”…Ed infatti, alla fine, le elezioni le vinse invece Guazzaloca.

Sono passati oltre dieci anni, ma tutto è rimasto uguale. Se si fosse votato a marzo, il PD era pronto a scegliere come “candidato-vincitore” (primarie o meno) qualcuno che, dopo anni di servizio e fedeltà in CdA di cooperative, presidenze di commissioni, sottosegretariati in comune, assessorati in provincia e vicepresidenze in regione, ecc. ecc. si era meritato di diventar sindaco di Bologna. Tanto i bolognesi l’avrebbero votato, perché Bologna è rossa…
Poi può anche essere che questo qualcuno sarebbe stato una bravissima persona, ma il metodo di scelta (sicuramente una serie di summit e direzioni incrociate con 459 dirigentini regionali, tutti muniti di bilancino, “nella misura in cui”, “disponibili al confronto”, “mi sia consentito dire”), lo avrebbe squalificato e reso asservito e in debito con l’oligarchia di partito che ne aveva permesso l’elezione.

Invece che approfittare del credito che l’immobilismo “democristiano” e le oggettive condizioni socio-economiche bolognesi ancora gli concedono, mettendo in campo scelte e proposte coraggiose, innovative e vive, il PD bolognese (così come quello nazionale) continua ad essere prigioniero delle solite dinamiche, concentrato in primo luogo sugli equilibri di potere interni piuttosto su quanto accade fuori. Una situazione da ancient régime. Il mondo cambia, la società cambia, mentre il partito rimane chiuso nel proprio palazzo.
La scelta di non fare le primarie o di farle in stile “universitario” sarebbe un suicidio politico, lento, ma inesorabile. Forse anche per questo Berlusconi non muove i suoi carroarmatini alla conquista di Bologna: aspetta che Bologna cada da sola…
Time to move on! Diamoci una mossa!

 

[foto di Jumpi]

 

 

 

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?