Quando il mercato uccide il giornalismo

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Quando il mercato uccide il giornalismoLa stampa non racconta più fatti, ma conferma opinioni. Ma è tutto previsto. In un mercato competitivo la correttezza dell’informazione è disincentivata. Lo dicono gli economisti di Harvard.

Manifesto propagandista in U.S.Prendiamo una data a caso, l’11/11 di qualche anno fa (2009). Si parla del cosiddetto processo breve.
Vediamo un po’ di titoli.
Repubblica: “Tregua armata tra Berlusconi e Fini, via libera al processo breve”
Libero: “Processo breve sì, prescrizione no. E’ tregua Fini-Silvio”
Il Fatto Quotidiano: “Inciucio a destra: processo breve”
Il Giornale: “Arriva il ‘processo breve’: sentenza definitiva in 6 anni”

Non c’è bisogno di leggere gli articoli, i lettori del Giornale o di Libero saranno stati lieti di rivedere Berlusconi e Fini in armonia e avranno colto l’estrema utilità di una riforma giusta. I lettori di Repubblica o del Fatto Quotidiano saranno rimasti scandalizzati dall’ennesimo “ubbidisco” di Fini e dalle pessime conseguenze di una riforma ingiusta.
Chi ha ragione? Chi è più obiettivo? Io ho le mie idee, ma purtroppo non coincidono con quelle di tanti altri. Non esiste un giornale oggettivamente obiettivo in Italia. Non esiste una televisione che racconti i fatti in maniera fedele e distaccata. Esistono tante voci, il “pluralismo” progettato con la lottizzazione della televisione pubblica e degenerato con l’avvento di Mediaset e la moltiplicazione di giornali e reti televisivi. Si può dire tutto è il contrario di tutto. Berlusconi è la rovina dell’Italia e il miglior premier di tutti i tempi, il governo di centrodestra è sostenuto dalla mafia ed è il governo che ha combattuto la mafia più di ogni altro governo.
Il brutto è che – scientificamente – tutto ciò è normale. La normale conseguenza del mercato.

Lo hanno spiegato brillantemente in un articolo sulla prestigiosa “American Economic Review” due celebri economisti di Harvard, Sendhil Mullainathan e Andrei Shleifer, il primo nato in un piccolo villaggio agricolo indiano, il secondo nato in Russia da famiglia ebrea.

La spiegazione è semplice. Si parte da due assunzioni. La prima è che i lettori stessi non siano imparziali, ma per educazione, cultura ed esperienza abbiano maturato una visione parziale delle cose. Di conseguenza, questi lettori preferiscono leggere notizie coerenti con le proprie convinzioni. Ad esempio, alcuni lettori amano Berlusconi e vogliono leggere dei suoi successi trionfali, altri non lo apprezzano altrettanto e vogliono leggere di gaffe, scandali e malefatte. Gli psicologi hanno mostrato che notizie molto incoerenti con queste aspettative vengono semplicemente ignorate dai lettori. La seconda assunzione è che i giornali possano “aggiustare” l’informazione per renderla compatibile con le aspettative dei propri lettori. Non si tratta necessariamente di scrivere (sempre) il falso, a volte è semplicemente una questione di lifting.

La dimostrazione economica dei due harvardiani è fatta di equazioni e teoremi, ma non è difficile seguire la linea del ragionamento. I giornali hanno una strategia per massimizzare i propri profitti e raggiungere il massimo numero di lettori possibile. Un po’ come ogni azienda cercano una nicchia libera o si consolidano sul loro mercato, raramente cercano di conquistare i lettori della concorrenza. Un po’ come i partiti.
La conclusione più forte è che la pluralità di voci e la competizione non promuovono l’accuratezza dei fatti, anzi più dura è la competizione, più forte sarà la distorsione nel riportare i fatti. La BBC, riconosciuta come uno “standard” di giornalismo corretto, ha goduto e gode di uno status privilegiato rispetto al mercato, vive di finanziamenti pubblici e non ha bisogno della pubblicità.

L’accuratezza – a patto di considerare una sorta di “compromesso” tra le varie notizie – è invece favorita dalla diversità dei lettori. Più i lettori sono variegati (più partiti ci sono), più la “verità” bene o male viene a galla. In questo senso il bipolarismo potrebbe essere nefasto per il nostro sistema mediatico (sebbene il monopolarismo sia peggio). La soluzione, invece, sarebbe il lettore “intelligente”, quello che è interessato al fatto e all’approfondimento serio piuttosto che a confermare superficiali pregiudizi. Quel lettore legge l’Undici.

 

 

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