La sfida

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BogotàLa “crisi”, questa estesa nuvola che transita sulle economie mondiali e a cui tutti si sono ormai più o meno abituati, ha portato lo sconforto nelle nostre città e in quelle di mezzo mondo. Mezzo soltanto però, non del mondo intero.

Sebbene il rallentamento sia stato generale, le vere vittime della congiuntura economica sono state principalmente gli stati più ricchi e quelli estremamente poveri (dipendenti dalle briciole che cadono dalle nostre ricche tavole). Molti paesi in via di sviluppo hanno invece subìto dei disagi moderati e in larga parte sono già tornati a crescere come e più di due anni fa.

Nel frattempo, in occidente, la ripresa è quasi statica e le ristrutturazioni aziendali si abbattono dolorosamente sull’impiego. Se l’Italia vive piccoli grandi drammi come la chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, all’estero non va meglio. Né in Francia, dove si preparano chiusure di raffinerie e rilocalizzazioni nel settore auto; né negli Stati Uniti, dove occupazione e spesa pubblica mettono in crisi persino la forte leadership di Obama; né tantomeno in Giappone, dove la disoccupazione e la recessione minano i fondamenti stessi del paese.

Cosa sta succedendo dunque? Perché in Cina, India, Brasile, la crisi sembra svanita e da noi i cenni di miglioramento sembrano assenti?

La realtà è che l’effetto “crisi” ha coperto un fenomeno che procede da lunghi anni, lento ma inesorabile. Da decenni il mondo occidentale sta godendo della crescita dei paesi in via di sviluppo, importando in maniera massiccia ed esportando relativamente poco. Per dirla in parole povere, stiamo vivendo sulle spalle del Sud del mondo, compriamo sempre di più, ma non riusciamo più a pagare, ci indebitiamo, ma continuiamo a vivere al di sopra delle nostre possibilità.
Allo stesso tempo, i nostri costi sono troppo elevati per permettere a molte aziende di essere competitive: ecco perché il settore manifatturiero in occidente si è ridotto enormemente, perché le industrie chimiche e meccaniche si spostano sempre più verso Est, perché la metallurgia sia quasi scomparsa e l’agricoltura e l’allevamento soffrano come mai prima.

Di fronte ad un quadro così grigio, la prima reazione è quella di chiudersi. Sotto la pressione delle opinioni pubbliche, i governi occidentali saranno portati ad incentivare l’occupazione interna, a pagare le industrie con i soldi pubblici perché restino e non delocalizzino, ad esempio, in Cina.
Purtroppo però, se ad un’azienda andare in Cina conviene, prima o poi non ci sarà nulla che si potrà fare per evitarlo, gli stati non potranno indebitarsi all’infinito (é proprio di questi giorni l’allarme di rischio bancarotta per la Grecia, qualcuno guarda già oltre, alla Spagna, al Portogallo, all’Italia…)
Per fare in modo che i prodotti occidentali continuino ad essere prodotti in occidente c’è bisogno di un valore aggiunto: c’è bisogno di qualità, apporto tecnologico, capacità intellettuali ed innovazione, c’è bisogno di realizzare ciò che altrove non può essere prodotto in ugual maniera a minor prezzo.

E’ una grande sfida quella a cui l’occidente dovrà far fronte, un’ennesima rivoluzione industriale da una parte, una rivoluzione dei costumi dall’altra. E tutto solamente per godere dei nostri privilegi per qualche anno in più, per rallentare un fenomeno comunque inarrestabile: eravamo una volta poche centinaia di milioni a disporre delle ricchezze del mondo, saremo presto diversi miliardi.

La “crisi”, passeggera come una nuvola, un giorno passerà. Al cambiamento dell’economia mondiale e alle sue conseguenze, invece, sarà bene farci l’abitudine

 

[foto di Jumpi]

 

 

 

 

 

 

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