I notai del Punjab

1
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Libreria Stockman a Helsinki - foto di JumpiChiunque, negli ultimi vent’anni, abbia fatto qualsiasi cosa si è sentito ripetere in modo ossessivo quanto fosse necessario intensificare i rapporti internazionali ed uscire dal proprio provincialismo.

Ciò non solo per le ovvie ricadute provenienti da un più ampio confronto sui differenti temi, indispensabile per una conferma delle proprie tesi e dalle opportunità che un mercato più ampio potesse fornire, ma anche per indurre un sistema sempre più autoreferenziato a mettersi in discussione, ed a cogliere, da altri modelli, spunti di innovazione e di sviluppo.

Erano perciò ritenute migliori e preferibili (anche in ambito locale) aziende con rapporti e riconoscimenti internazionali; si dava risalto a università che collaboravano a progetti in ambito comunitario ed extra-comunitario; si invitavano i nostri giovani a comprendere nel loro percorso di crescita umana un periodo di formazione all’estero, ci si innamorava di team sportivi con atleti e allenatori stranieri.

Anche l’agricoltura e l’artigianato di qualità, che per ragioni di prestigio storico locale hanno sempre svolto poca autocritica sui propri modelli e sui metodi adottati sia sullo sviluppo di iniziative che di valutazione dei risultati, sono ormai costretti, oserei dire loro malgrado, a fare i conti con l’imperativo: “internazionalizza”.

Perfino chi, sempre negli ultimi vent’anni, non ha praticamente fatto nulla si è sentito ripetere in modo forse ancor più ossessivo quanto fosse necessario internazionalizzare il proprio ozio per motivi del tutto paragonabili ai precedenti. L’internazionalizzazione, anzi la globalizzazione di ogni attività (o inattività) col passare del tempo è diventata da “auspicabile” a “necessaria” fino a diventare ai giorni nostri la condizione di normalità di quasi tutte le attività.

La nascita di movimenti populisti (con più o meno consenso) è una costante che ha accompagnato ogni momento storico ed ogni evoluzione della nostra società; il movimento populista basa ogni sua azione sul paradigma “andava meglio quando andava peggio”; paragonando la società attuale a una idealizzata (se non addirittura inventata) società del passato dove, mancando le caratteristiche principali della nostra epoca, si stava quasi realizzando un’utopia di benessere sociale, economico ed umano unanime. Non stupisce quindi che tutti i movimenti populistici di questi ultimi anni abbiano avuto come obiettivo l’esaltazione di tutto quello che è “locale” e “tipico” contro la globalizzazione.

In parte per via dei flussi migratori sempre più intensi in certe parti del mondo, in parte per via di crisi sociali, culturali, politiche ed economiche nazionali o locali degenerate in internazionali o ancora locali esportate, i movimenti populisti hanno avuto negli ultimi anni un forte aumento dei consensi in quasi tutto il mondo; in un certo senso è come se ci fosse una necessità internazionale di non avere alcun bisogno internazionale.

Così come mentre sempre più italiani si convincono che molti dei problemi economici dell’Italia siano da ricondurre alla concorrenza che le aziende cinesi fanno ai nostri prodotti, sempre più cinesi si convincono che i loro problemi siano dovuti all’import-export di riso dal Sud-Est asiatico e così via.

Mi verrebbe da chiedere perché se all’operaio italiano in mobilità viene detto “non lavori perché questa è l’epoca della globalizzazione e da qualche parte nel mondo c’è un operaio che lavora per un terzo dello stipendio che chiederesti tu”, la stessa cosa non venga detta a chi non è pagato per agire, ma per pensare! Perché non posso – ad esempio – per l’acquisto di una casa effettuare un rogito in teleconferenza con un notaio del Punjab che conosca l’italiano e il nostro diritto privato spendendo un settantesimo di quanto spenderei con un notaio di viale dei Parioli! Mi verrebbe ancora da chiedere perché nessun movimento populista metta al centro dei suoi discorsi una società priva di notai! E poi penso al lavoro fatto in questi anni dall’ordine dei notai in sua difesa, a quanto sia stato autoreferenziale, a quanto si sia messo poco in discussione, a quanto abbia cercato in altri modelli, spunti di innovazione e di sviluppo, in altre parole a quanto abbia sbagliato su tutta la linea di cui parlavamo all’inizio. Fino al momento in cui è rimasto isolato e anacronistico e solo a quel punto ha spiccato il salto puntando sulle nuove tecnologie e su quanto di “maturo e testato” la nuova società aveva da proporgli, restando stoicamente fermo su tutto il resto.

Certo non tutti possono permettersi il lusso di imitare i notai, ci sono altri casi simili, ma sono comunque esempi di élite culturali, sociali, economiche o professionali; però io continuo a chiedermi perché quando si è visto che le aspettative verso la globalizzazione erano state in parte o del tutto disattese, quando le persone si sono svegliate senza un lavoro, senza i propri risparmi o addirittura con un aereo schiantato nel proprio ufficio, non ci sia stato nessuno che abbia detto; ora abbiamo una necessità, alzarci e lavorare tutti insieme per il bene comune, perché questa “casa globale” che abbiamo costruito ha un grosso problema… problema che ancora una volta non si risolverà con i mille campanilismi del populismo, perché oggi come vent’anni fa è necessario mettersi in discussione e fare autocritica.

 

[foto di Jumpi]

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Cosa ne è stato scritto

Perché non lasci qualcosa di scritto?