Il film de Chevet: Una storia vera (The Straight story, David Lynch, 1999)

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Una scena del filmDavid Lynch ci racconta la storia diritta, giusta, vera di Alvin Straight che attraversa l’America sul suo tagliaerba per riconquistare gli spazi e rivivere il suo tempo.

Alvin StraightCercavo un film che avesse come tema la vecchiaia e tra i meravigliosi film che mi scorrevano nella memoria da Il posto delle fragole di Bergmann al Castello errante di Howl di Myazaki, da El cochesito di Ferreri all’ultimo Amici Miei, da Viaggio a Tokyo di Ozu a Umberto D a Luci della ribalta di Chaplin a Vivere di Kurosawa a Fantozzi va in pensione fino al recente capolavoro Clint Eastwood Gran Torino (ma potrei menzionarne altri cento) alla fine non ho potuto fare a meno di soffermarmi sul corpo in declino, sullo sguardo diritto, sul lento viaggio del vecchio Alvin Straight di Una storia vera di David Lynch.
Una storia vera (A straight story, David Lynch 1999) non è un film su anziani che fanno pateticamente i giovani né su anziani che vengono rifiutati dai giovani o estromessi dalla società che inesorabilmente si trasforma, né su chi rimpiange la giovinezza che non tornerà, né su un vecchio potente che viene fatto fuori da un giovane rampante, né su un vecchio maestro che ci vuole insegnare qualcosa e neanche un film che ci vuole mettere in guardia su quanto sia triste la vecchiaia, niente di tutto questo: Alvin Straight (un immenso Richard Farnsworth, scomparso pochi mesi dopo l’uscita del film) è un vecchio consapevole dell’avvicinarsi della fine che vuole affrontare da solo l’urgenza di fare i conti con la propria storia e con quello che resta della propria esistenza. Quindi nonostante una cartella clinica impietosa, l’impossibilità di camminare e di guidare e l’amorevole tentativo di dissuaderlo di una figlia (magnifica Sissy Spacek) che “dicono che sia ritardata, ma non è così” decide che deve seguire fino in fondo la necessità di raggiungere il fratello colpito da infarto per riconciliarsi con lui. Una scena del film con Sissy SpacekDeve farlo da solo e quindi l’unico modo che trova è mettersi a cavallo di un vecchio tagliaerba ed attraversare le strade, i paesaggi, gli incontri che lo separano dal fratello Lyle (ad Harry Dean Stanton bastano un paio di minuti ed un’unica battuta per conquistarci).
Il tempo diventa rarefatto, gli spazi ci accompagnano lentamente e dolcemente: l’America e il mondo scorrono impercettibilmente affianco ad un corpo ormai consapevole che sta per fermarsi. Veniamo coinvolti in un avventura a 7 chilometri all’ora, un’andatura che è un riappropriarsi degli spazi necessario per riappropriarsi del tempo: muoversi lentamente permette di vedere per capire le distanze che separano gli anni e le persone. Perché la vita di Alvin è volata come tutte ad una velocità incontrollabile ed ora sono già passati dieci anni da quando ha litigato col fratello e non ricorda più il motivo ma non si parlano più. Ed ora non si può più rimandare.

Una scena del filmQuando alla fine del 1999 uscì Una storia vera la critica si prodigò in un altissimo dibattito su quanto fosse o non fosse lynchano il film. Ma come? Il regista di Velluto Blu e Cuore Selvaggio poco dopo averci regalato l’iperbolico Strade Perdute ci fa vedere un film su un vecchietto che attraversa l’America alla velocità di 7 chilometri all’ora su un tagliaerba? Qui Lynch le storie lynchane (la ragazza incinta che fugge dal disamore e dalla paura, la donna esagitata che investe sempre lo stesso cervo, i gemelli sfigurati, il prete che custodisce vecchie lapidi, per non parlare della straziante storia della figlia il cui sguardo riconosce iin ogni bimbo il figlio perduto …) le sfiora solamente per lasciarle a film ipotetici e proseguire diritto con il viaggio marginale del suo eroe sul tagliaerba. Ma non importa. Lungo la strada Alvin e Lynch ci conquistano con momenti memorabili.

Guardiamo e riguardiamo questo film per riappropriarci del nostro tempo e delle nostre storie, per guardarci indietrL'undici si riappropria lentamente degli spazi...o e per guardare diritto, perché in un immaginario pervaso esclusivamente di corpi giovani esibiti il vecchio  Alvin Straight ci mostra una storia vera e ci insegna che una distanza si può annullare solo dopo averla percorsa e vissuta e perché il vecchio Alvin è un fratello e “Nessuno conosce meglio la tua vita di un fratello che ha quasi la tua età, sa chi sei e cosa sei meglio di chiunque altro. Un fratello, è un fratello.” E alla fine arrivare a sedersi fianco a fianco col fratello senza retorica né discorsi pomposi ma “ guardare su in alto, verso le stelle, come facevamo tanto tempo fa”.

L’undici si riappropria lentamente degli spazi per rivivere il proprio tempo

warning: spoiling

Moneyshot: L’incontro tra i fratelli: “Hai fatto tutta quella strada con quel coso per venire da me?”  “Sì, Lyle”
Non serve altro.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Gigi

    Caro Galateo, hai ragione: bisognerebbe avvertire quando si sta per fare spoling.
    ora metto un piccolo avviso prima del Moneyshot.
    Alle prossime usero’ questa precauzione.

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  2. Galateo

    Cha caso…. l’ho visto proprio la settimana scorsa. Concordo, filmone!!!
    Pero’ Gigi se non l’avessi visto mi rovinavi tutto.
    Devo leggere la tua prossima recensione?

    Rispondi

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