Bambaccioni olè!

1
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Ricordo che qualche tempo fa, ad una festicciuola tra gggiovani, mi capitò d’ascoltare uno scambio di battute tra una ragazzetta americana in visita nel Belpaese e un mio amico italiano.

Erano seduti su un divano a sorseggiare un cocktail, probabilmente un White Russian, e lei, con aria sbigottita gli chiede: “Ma come? Tu davvero vivi ancora con i tuoi genitori?“. E lui, con prontezza geniale, risponde: “Sì, lo so, sono molto fortunato…”.

In realtà l’americanina considerava senza dubbio il mio amico l’ultimo degli sfigati o forse una curiosità storica, anzi archeologica quasi come il Colosseo o le catacombe. Eppure quel amico mio è una persona assai brillante, ha viaggiato, lavora, conosce il mondo…e preferisce continuare a vivere con i suoi genitori.

No, non stiamo parlando di chi è al quattordicesimo anno fuori corso, si alza all’una e, in pigiama, va a slurparsi le tagliatelle della mamma. Questi sì sono i bambaccioni, il cui archetipo è lo zio di Amarcord (non il matto), magistralmente rappresentato da Fellini già quarant’anni fa. Qui invece stiamo riferendoci ai post-bambaccioni, ossia a chi, come il mio amico, preferisce usare i propri soldi in viaggi, libri e sani divertimenti e condurre una vita comoda (ma non dissoluta) a casa dei genitori piuttosto che spenderli per affittare un buco di casa a 650 Euro al mese e lasciarne chissà quanti altri all’Ikea per arredarla con mobili che per la metà sarà costretto a buttare quando il padrone di casa l’avrà sfrattato.

Certo, sarebbe bellissimo poter vivere soli in un attico di 150 mq. con vista mare, ma se questo non è possibile, la scelta migliore per i post-bambaccioni è rimanere in famiglia. O comunque continuare a tener vivo un legame che può significare vivere da soli, ma farsi stirare le camicie dalla mamma, farsi fare il sugo e portalo a casa con il tupperware, accettare un aiuto economico mensile, un regalo sostanzioso, ecc. ecc.

Parliamoci chiaro: è facile andar via di casa a diciott’anni quando lo Stato (come ad esempio in Scandinavia) contribuisce largamente alle spese d’istruzione e d’alloggio. Qui, nei paesi latini, le cose stanno diversamente e il welfare è la famiglia. Ma la questione non è solo di sussistenza economica, né si può ridurla ad una incapacità ad affrontare il mondo. Il post-bambaccione rimane legato alla famiglia per una scelta molto più complessa (e spesso condivisa dai genitori) che certo è determinata dalla comodità, ma anche dalla volontà di spendere i soldi in una certa maniera e anche dal sano desiderio o comunque dalla non repulsione a continuare a vedere mamma e papà. Vogliamo metterlo in croce per questo? Davvero vogliamo?

Secondo la convenzione sociale, il post-bambaccione è da condannare, i suoi comportamenti da biasimare, indici di arretratezza, cose di cui vergognarsi. Ma in che misura questa condanna sociale è giustificata nel nostro contesto e quanto in realtà è figlia di una cultura anglosassone che non ci appartiene, in quanto latini, e che ci è stata imposta dall’esterno? Una cultura dominante (e prepotente) che si sposa alla perfezione con l’ansia consumistica che ci “ordina”, fra l’altro, di andarcene di casa e quindi comprare un altro frigorifero, televisore, letto, connessione internet, ecc. ecc.? Per poi ritrovarci a vivere in uno schema familiare dove noi siamo soli in una casa, i genitori soli in un’altra (magari depressi) e la nonna in un’altra ancora, con una badante ucraina…

La pressione sociale che censura la vita dei post-bambaccioni è funzionale ad un modello economico e familiare che risponde soprattutto alle esigenze del mercato ed è figlia di un cultura del consumo che, per dirla con Pasolini: “ha imposto […] i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un « uomo che consuma », ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo.”

E’ un po’ come con la pennichella, antica tradizione mediterranea. Se oggi dici che fai la pennichella, sei considerato un retrogrado sfigato. Il modello anglosassone prevede di non pranzare a casa e noi obbediamo. Anche se poi, sotto, sotto, proprio perché si tratta di una consuetudine nostra, invidiamo chi “il riposino” se lo può permettere…Poi, ovviamente, un giorno salta fuori uno studio della solita università di Harvard o di quella dell’Illinois che riporta i risultati di un approfondito studio che ha coinvolto centinaia di uomini e donne, secondo i quali riposare un poco dopo pranzo è salutare alla salute…ma vaffan..!!!

Il tono del discorso è ovviamente provocatorio e un po’ iperbolico e non stiamo qui sostenendo che è sempre e comunque bene continuare ad essere così legati ai propri genitori. Ognuno fa le proprie scelte. La faccenda è complessa e ci sarebbe quindi molto da disquisire e argomentare, ma adesso, scusate, devo proprio andare…a portare le camicie a stirare dalla mamma!

 

[foto di Jumpi]

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Gian Pietro "Jumpi" Miscione

Twitter Sito web

Gian Pietro "Jumpi" Miscione. Nato nel 1969, vive tra Bologna e Bogotá, è tra i fondatori de L'Undici, nonché il suo direttore. E' professore di chimica all'università, ama scrivere, viaggiare, studiare, ascoltare la radio e discutere di football. E' anche fondatore dell'evento sportivo "Paganello". Fatica ancora ad accettare il fatto che l'antica biblioteca di Alessandria sia stata incendiata.

Cosa ne è stato scritto

Perché non lasci qualcosa di scritto?