Guardami, per favore! La solitudine ai tempi di Facebook

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Angela conosce tutto degli Henley. Saprebbe arrivare a casa loro ad occhi chiusi. Angela è informata della recente crisi coniugale tra Frank e Dora Henley. Un bel casino. Frank non ha ricevuto il solito bonus di fine anno e non ha potuto mantenere la promessa di costruire la tanto sospirata piscina nel giardino di casa, a Tucson, Arizona.

Sguardo (foto di Jumpi)Dora l’ha presa piuttosto male e s’è sfogata violentemente un po’ con tutti tutti, dando a Frank del fallito e del buono a nulla. Per farsi perdonare, Frank ha prenotato un last minute per la Florida per i primi dell’anno e lo scatzo è rientrato.

Angela s’è rosa d’invidia di fronte alle foto dei figli degli Henley, Jane e Mike, abbronzati e felici tra le onde del caldo Oceano Atlantico, mentre a casa sua si gelava di freddo. Jane ha fatto amicizia con Liz, una studentessa dell’Ohio, che ad Angela non piace: la considera una falsa. O sarà perché Mike s’è preso una sbandatella per lei? Nell’hard disk di Angela ci sono decine di foto di Mike…Qualcuna l’ha pure stampata e messa vicino alle dolci poesie che Mike scrive ogni tanto. Anche Bart, il labrador degli Henley ha la sua pagina Facebook e Angela vorrebbe che i suoi genitori gliene comprassero uno…

Angela vive a San Lazzaro di Savena, Emilia Romagna e non ha mai conosciuto di persona gli Henley, né ha mai comunicato con loro, né essi immaginano che una ragazza emiliana di diciassette anni stia seguendo le loro vite giorno dopo giorno, foto dopo foto, pensiero dopo pensiero. Ma Angela non è pazza, né sta facendo nulla d’illegale: sta semplicemente “spiando” le vite degli Henley che loro stessi le mostrano su Facebook, Twitter, Flickr, YouTube e blog vari…

E’ impressionante la massa di informazioni personali che, come gli Henley, rendiamo disponibili su internet: foto della vacanze, pensieri intimi, notizie familiari, numeri di passaporto, colore del reggiseno fino a video di performances sessuali…Spesso senza preoccuparci dei possibili problemi: chi di noi legge con attenzione le politiche di privacy dei siti a cui cediamo i nostri dati? E quanti scrivono di lavoro o fidanzate/i senza considerare le conseguenze? Solo pochi anni fa, nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbero stati gli stessi utenti a contribuire alla formazione di larga parte dei contenuti di internet. E nessuno avrebbe potuto supporre che questi contenuti fossero costituiti principalmente da fatti nostri che rendiamo pubblici con massima naturalezza, in barba a qualsiasi timore per la difesa dei dati personali. E infine, nessuno avrebbe potuto presumere che forse l’attività preferita della web 2.0 (ossia l’internet dei social networks), sarebbe stata spiare o meglio “to peer” = scrutare, guardare con attenzione. La nuova internet vive dello spiare le vite altrui o comunque interessarsi ossessivamente di ciò che fanno gli altri: persone conosciute e sconosciute, vecchie e nuove fidanzate, colleghi di lavoro, studenti, professori, ecc. ecc.

Lo sbalorditivo successo di Facebook e di altre piattaforme mirate a condividere dati e informazioni personali è fondata su di un meccanismo molto semplice: io rendo pubblici gli affari miei, anche i più banali, per poi “farmi” quelli degli altri, i quali, a loro volta, si fanno i miei. Un circolo che si autoalimenta, nel quale ognuno è sia soggetto che oggetto del “guardare”. I motivi di tutto ciò risiedono certamente nella naturalissima curiosità dell’essere umano: il pettegolezzo è un esercizio vecchio come il mondo, parte costitutiva delle nostre società, molto prima di internet.

Tuttavia, ciò spiega solo una parte del processo, quella in cui noi siamo “guardati”. Ma c’è anche il resto, ossia il mettere volontariamente a disposizione degli altri l’oggetto del loro guardare. Da dove nasce questa urgenza di mettere in piazza i fatti nostri? Perché lo facciamo con tanta costanza e disciplina? Certo, ci sono gli esibizionisti “malati”, i vanagloriosi, i narcisi, ma il fenomeno è troppo diffuso per spiegarlo solo con un insano impulso a mostrarsi.

Nel film “One hour photo”, Robin Williams impersona un impiegato di un laboratorio fotografico, la cui ossessione diventa seguire la vita della famiglia di cui sviluppa le foto delle vacanze, dei compleanni, matrimoni, ecc.. Oggi le foto passano direttamente dalla nostra macchina fotografica al nostro computer: l’assenza dello sguardo estraneo di chi le sviluppava ha liberato i nostri piccoli e grandi esibizionismi, sani e insani, legati anzitutto al sesso. In pochi portavano a sviluppare le foto della fidanzata nuda o addirittura di un rapporto sessuale. Oggi si fotografa di tutto, ma, paradossalmente, adesso che tutto potrebbe essere visto solo da noi, si mostra di tutto. L’impersonalità del mezzo internet, la possibilità di non incrociare lo sguardo del fotografo che ha visto le nostre foto facilita le cose, ma c’è molto di più.

Il successo dei realities è direttamente connesso a quello dei social networks e può aiutarci a comprendere. Il messaggio dei realities è che è necessario essere guardati per essere qualcuno. Sono spiato dunque sono. “Esisto” se qualcuno guarda e commenta le mie foto, spulcia nel mio blog, mi segue su Twitter, mi lascia un messaggio sulla mia pagina di Facebook. Se non esibisco le mie foto delle vacanze o la mia vita quotidiana perché qualcuno le guardi, è come se in vacanza non ci fossi stato e la mia vita quotidiana fosse inconsistente. “Postiamo” qualcosa e immediatamente precipitiamo nell’ansiosa attesa di un commento altrui, che dia vita e significato a questo qualcosa.

Non solo: ci pare che la celebrità sia ora a portata di mano, a patto di condividere con chiunque i fatti nostri, le nostre foto, i nostri video. Non c’è bisogno di talento per diventare famosi. Quanti sono divenuti “celebri” dopo un video “strano” postato su YouTube? Grazie ad internet possiamo finalmente esercitare il nostro “diritto a quindici minuti di celebrità” come diceva Andy Warhol. Il rovescio della medaglia è che quasi sempre si tratta di una notorietà effimera, passeggera: il giorno dopo, un altro video avrà sostituito il nostro, un altro personaggio del reality catturerà l’attenzione del pubblico, e noi torneremo nella massa dei non-famosi.

Un secondo volto della questione è che il circolo di cui sopra si regge e si alimenta grazie ad una regola non scritta tra i protagonisti del “grande pettegolezzo”. Dopo aver guardato le tue foto e letto i tuoi pensieri, la “regola” prevede che io lasci un commento di apprezzamento per il tuo nuovo taglio di capelli o per la bellezza e profondità delle tue riflessioni. Conseguentemente mi garantisco che anche tu farai lo stesso sul mio blog o sulla mia pagina di Facebook, dicendomi che mi vuoi bene e che il mio gattino nuovo di cui ho appena postato un’immagine è carinisssssimo. Rendere pubbliche foto, pensieri e emozioni è perciò una premessa e una precondizione per ricevere un’incondizionata e continua approvazione dagli altri, anche se sconosciuti.

Metto a parte il mondo di internet delle mie (dis)avventure, sapendo che qualcuno le commenterà con occhio benevolo e mi darà forza per affrontarle. E io farò lo stesso con gli altri e così via. Ci si racconta i fatti propri per allontanare la solitudine e per ricevere appoggio e sostegno sociale. Non a caso il meccanismo comincia e finisce con l’“io”: la mia pagina Facebook, le mie foto, il mio blog. L’”amicizia” è offerta spesso in maniera acritica, superficiale e automatica proprio perché finalizzata a riceverne indietro.

Come quasi ogni mezzo tecnologico, in senso lato, anche il “peering” su internet può essere buono o cattivo a seconda dell’intelligenza di chi ne fa uso. Questa esperienza cibersociale posso pagarla con la perdita di contatto con il corpo, la città, i miei vicini di casa o i colleghi di lavoro. E con una serie di effimere amicizie che mi lasciano ancor più solo. Magari sputtanato a vita su YouTube o licenziato per aver parlato male del capoufficio. Oppure posso invece farne uso per tenermi in contatto con i miei amici che vivono sparsi per il mondo e rivederli per le vacanze di Natale senza che mesi o anni di distacco abbiamo determinato una netta separazione.

A proposito, per piacere lasciate un meraviglioso commento su questo articolo…sono molto solo ultimamente..

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10 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Arti

    Complementi per l’analisi.
    Io rifiuto l’idea troppo suoperficiale che un mezzo è neutro e dipende da come lo usi.
    Ogni mezzo determina il suo uso.
    È come un’arena che struttura i comportamenti d’uso dello stesso.
    Niente di grave si intende.
    Però il cambiamento, implicito e coatto, più che individuale è sociale.
    Se tutti hanno Facebook l’unica scelta individuale è esserne tagliati fuori.
    Non proprio una scelta. Nel caso che hai brillantemente analizzato fb è diventato un egomedia. Io io io.
    Io prodotto che vendo la mia immagine “sociale ” per like/ approvazione.
    Di negativo c’è che ci si appiattisce alla nostra immagine bidimensionale e manipolata dai filtri di Instagram.

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  2. fabrizia

    A me, è sussesso il comtrario, vicini di casa che manco ti salutano, ora, perche’ amici su Facebook,
    mi salutano.

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  3. Nello

    Scrivo meglio il mio intervento (ma perché non effettualo proprio su FB?)

    FaceBook, i pro e i contro. Come tutti gli strumenti può essere usato in modo positivo o meno a seconda della personalità e dell’atteggiamento dei singoli individui, essendo comunque un mezzo per comunicare non può essere visto a priori come negativo, una violazione della privacy indebita da parte degli “altri”.
    Viene da chiedersi perché si debba avere paura di una violazione, per altro spontanea, della propria privacy, se invece non sia proprio questa paura inconscia una patologia.

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  4. Nello

    Cominciamo col dire che se non esistesse FB non saremmo qui a scrivere queste riflessioni. Come tutti gli strumenti, FB può essere usato bene o male a seconda dell’atteggiamento e della personalità degli individui, sta a noi imparare ad usarlo in un modo proficuo. L’importante è comunicare, non lasciarsi vincere dalle paure inconscie per ciò che è nuovo e non conosciamo.

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  5. Gianni tozzi

    Tutto vero, credo. Però comunicare le nostre emozioni agli altri e’ una delle ragioni importanti della nostra vita . È anche narcisismo, forse, ma è soprattutto la nostra incapacità di tenersi dentro lo stupore del mondo. Facebook, però, rende tutto questo effimero e superficiale.

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  6. Nello

    Viene da chiedersi perché si debba avere paura di una violazione per altro spontanea della propria privacy, se non sia proprio questa paura inconscia una patologia.

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  7. niki

    Quanta verità in questa lucida riflessione che si affaccia sul monitor come campanello d’allarme. Social=strumento per ritrovarsi. Per incontrarsi e conoscersi, per dare un imput alla conoscenza che poi, dovrebbe sfociare in un reale. In epoche lontane ci si conosceva per lettera. Io stessa ho un’Amicizia epistolare che dura da quattro anni. Ben consapevoli entrambi che non avrà un’evoluzione nella vicinanza, ma che ha creato un collegamento fra culture differenti. (Italia-Russia) , dove entrambi attingono conoscenze, stimolandosi nelle letture consigliate vicendevolmente e nelle fotografie che permettono di avere anche una visione ambientale a stimolare le conoscenze geografiche.
    Mentre buona parte delle persone che frequentano i social ricercano attenzioni controllate, per non impegnarsi nel reale che, a mio avviso gratifica e stimola l’individuo nella crescita personale, attraverso un confronto diretto, fatto di suoni, profumi e tutto un insieme di sensi che sono parte dell’essere umano e quindi reali stimoli perchè, alfine, quel che cerchiamo è la conferma di esistere ed un bisogno naturale di dare e ricevere.
    Quando penso alla comunicazione, visualizzo un bambino in fasce. Non conosce le parole e conosce il mondo attraverso i sensi appunto.

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  8. Carmen Gueye

    Ce l’ho, il commento. Nella vita “reale” la gente è talmente inaffidabile che peggio su FB non può andare.

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  9. dario greggio

    vero. poi, è grave anche quando si decide in 3-4 di fare una chiacchierata sulla Thatcher ma, dopo averla iniziata, nessuno ti fila di pezza.
    Ma, si sa, gli umani non sanno manco su che pianeta si trovano ne’ cosa hanno promesso il giorno prima…

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