2010

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Chrysler Building (foto di Jumpi)L’anno nuovo s’è aperto come s’era chiuso il vecchio: emergenza-terrorismo. L’emergenza-maltempo, l’emergenza-trasporti, la caduta di Paparatzinger non hanno potuto nulla: i giornali istituzionali, dopo il tentativo del nigeriano di farsi esplodere le mutande, ci hanno allarmisticamente (dis)-informato con titoloni a duecento colonne finanche di un furgoncino sospetto parcheggiato dietro a Times Square o di un bacio rubato all’aeroporto di Newark.
Gli Obama hanno dovuto interrompere le loro spensierate vacanze alle Hawaii and the President, mentre ancora suonava Jingle Bells, ci ha fatto riascoltare i discorsi della decade appena conclusa: “La guerra contro Al Qaeda continua, non ci fermeranno, ecc. ecc.”.

Giusto dodici mesi fa, il radioso giorno del giuramento di Obama pareva aprire una nuova era, nella quale la “speranza” da lui impersonata si sarebbe fatta realtà. Oggi, anche tra i suoi sostenitori, si parla del “povero Obama” e di discorsi belli, ma vacui. Era del resto prevedibile che, al di là della retorica sognante, Obama avrebbe dovuto, secondo un’espressione americana, volgare, ma efficace, mangiare il “sandwich alla merda” lasciato dal precedente inquilino della White House. Iraq, Afghanistan, terrorismo non potevano essere cancellati dall’ordine del giorno con un colpo di bacchetta magica. Il rischio per Obama è una presidenza stile Lyndon Johnson: un presidente molto meno carismatico, ma comunque ricco di proposte per rinnovare la politica e la società americana che si trovò invece imbrigliato nella guerra del Vietnam, che lui non cominciò e che non riuscì a terminare.

Dopo lo scatto d’orgoglio post-undici settembre, anche con tutti i suoi eccessi, dopo la scarica d’energia dell’elezione del primo presidente nero, ora l’America appare stanca e scarica. Gli statunitensi vogliono risultati: lavoro, ripresa economica e pace in casa e fuori, invece che nuove truppe per una guerra che non può essere vinta o nuovi disagi negli aeroporti. Per Obama sono catzi amari, niente da dire.

I segnali positivi comunque non mancano. In una società come la nostra, ciò che essenzialmente determina l’umore dei popoli è quanti soldi si hanno in tasca. Nonostante la disoccupazione sia ancora alta, le borse, che, normalmente, reagiscono in anticipo agli alti e bassi dell’economia lasciano ben sperare: il Nasdaq è cresciuto di oltre il 40% negli ultimi dodici mesi e di circa l’80% dai minimi di marzo.

Qualche migliaia di chilometri più a sud, c’è un buon esempio per Obama: Lula. In un paese di dittature, presidenze ultracorrotte e oligarchie politiche, Lula, un ex-operaio, fu eletto a fine 2002 con enormi aspettative. Nell’estate del 2005, di fronte alle fisiologiche difficoltà di tradurre in pratica le promesse e sfiorato da scandali di corruzione, la sua popolarità scendeva a picco. Oggi, dopo essere stato rieletto nel 2006, il Brasile è il “paese del futuro”: economia e credibilità internazionale in crescita, povertà in diminuzione, le Olimpiadi del 2016 a Rio e tanti investimenti in infrastrutture, riforme sociali e ricerca scientifica (ad onor del vero, grazie anche alla scoperta di giganteschi giacimenti di petrolio).

Ci auguriamo che Obama sappia tener duro e, con un po’ di fortuna, superare il momento difficile, tenendo fede alle speranze sollevate con la sua elezione: il mondo intero non può permettersi un suo fallimento soprattutto in tema di ambiente e integrazione razziale, nemmeno i lettori de L’11. We still can.

[foto di Jumpi]

 

 

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