La meglio gioventù

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In quest’epoca di crisi, è facile abbandonarsi al pessimismo. Negli ultimi giorni s’è discusso assai, a livello pubblico e privato, su giovani e meno giovani che abbandonano l’Italia. Fuga dei cervelli per intenderci e semplificare. C’è chi se ne va e lo fa sapere, c’è chi resta e s’incazza. Ciò che accomuna tutti ci sembra una diffusa sensazione di rabbia. Chi se ne va all’estero ce lo vuole dire, quasi a voler fornire una giustificazione non richiesta della propria decisione, che sottindende perciò un certo fastidio interiore….

Chi rimane, è irritato dalla fuga dei coetanei perché ciò costringe ad interrogarsi sul perché del proprio rimanere che a volte coincide con un eccesso di indolenza. E anche perché la sensazione è di rimanere su una nave che sta affondando. Forse l’Italia non è né così ricca da poter offrire scelte libere ai propri figli, né così povera perché chi se ne va debba ritenersi fortunato e felice.

foto di JumpiSia come sia è sotto gli occhi di tutti che un numero consistente di persone sta abbandonando l’Italia, tornata ad essere terra d’emigrazione. Cent’anni fa si partiva con la valigia di cartone portando le proprie braccia in giro per il mondo a costruire ponti, scavare miniere o impastare pizze. Oggi si abbandona l’Italia con il portatile nel trolley e fortunatamente senza fuggire dalla fame, ma sempre mettendo un proprio muscolo (il cervello) a disposizione dello sviluppo di altri paesi. Lo scenario di fondo è il medesimo: si lascia l’Italia perché l’Italia non è in grado di offrire un’occupazione (nel caso odierno: in linea con la preparazione ricevuta).

Ma è giustificato questo incazzo, questo astio e disamore verso il Bel Paese che s’accompagna a tutto ciò? Bisognerebbe innanzitutto sempre ricordare che “l’erba del vicino è sempre più verde”. Inoltre le notizie che vengono dall’estero non parlano né di rose, né di fiori. Secondo un’inchiesta del New York Times, il 10% dei ragazzi americani sotto i 35 anni ha deciso di tornare a vivere dai genitori, perché da solo non ce la fa. Una ricerca dell’inglese Indipendent rivela che la percentuale di sudditi di Sua Maestà che vive in povertà ha raggiunto il 20% e alcuni deputati conservatori paventano addirittura la possibilità di una richiesta britannica di aiuti al Fondo monetario internazionale. L’Islanda e l’Irlanda che fino a qualche mese erano additati a novelli paesi del bengodi ora stanno con le pezze al culo. L’Islanda è in testa in una recente classifica stilata dal Credit Suisse sulla vulnerabilità degli Stati nazionali, ossia quanto rischiano la bancarotta. All’ottavo posto, dopo Romania e Bulgaria, compare la Spagna, dove il tasso di disoccupazione è da paura e dove quest’anno si taglia la ricerca scientifica. E per finire: in Svizzera vietano la costruzione di nuovi minareti e il raffinato francesino Henry si dimostra peggio del peggior Pippoinzaghi. Mentre una recentissima classifica dell’OCSE vede l’Italia al quarto posto nel mondo come aspettativa di vita.

Tutto vero. Però in Italia si respira un’aria differente. In Italia, al di là delle statistiche, dei luoghi comuni che ci penalizzano e del colore dell’erba, qualcosa di diverso, oggi c’è. C’è soprattutto una pesante aria di depressione, una sensazione diffusa di “tanto non cambierà mai niente”, una sfiducia assoluta in possibili miglioramenti futuri.
Ecco il punto: l’Italia è un paese malato di impotenza. In Italia manca energia (sessuale). La rabbia di cui sopra è un sentimento tipicamente associato all’impotenza. Rabbia per non poter copulare, ma anche e soprattutto rabbia per non poter generare, per non poter creare. I giovani italiani che vanno e quelli che restano sono arrabbiati perché capiscono che si potrebbero migliorare le cose, ma un complesso qualcosa di soffocante e sovrastante lo impedisce. Impotenza, appunto.

L’impotenza ha frequentemente origini psicologiche: è impotente chi si convince d’essere impotente. Per questo spesso si guarisce lavorando sulla fiducia in se stessi e sul coraggio di agire e fare. Un coraggio che, a qualsiasi livello, è assai difficile incontrare oggi in Italia. Si ha paura di prendere qualsiasi decisione, di fallire, esattamente come un impotente che evita la prova perché, più di tutto, ha il terrore di vedere confermata la propria condizione.
Ma si guarisce anche volendosi un po’ più bene. Si può considerare l’impotenza anche come una maniera con cui la Natura protegge se stessa dalla riproduzione di chi, pervaso di negatività, potrebbe generare un cattivo frutto. Chi non è capace di aver cura di se stesso, non ha il “diritto” di generare.

Faccio queste considerazioni mentre m’incammino verso la mia università italiana, 174esima nel mondo (secondo l’ultima classifica del Times Higher Educational), zigzagando tra le merde di cane e passando accanto a muri seicenteschi imbrattati di graffiti. Poi continuo fino ai portici del Teatro Comunale, luogo della musica e dell’opera. Oggi come ogni giorno, ad ogni ora, gli altoparlanti del Teatro, montati sotto i portici di fronte all’entrata diffondono la musica dell’opera. A beneficio dei passanti. Passando di lì, si può fugacemente ascoltare un frammento dell’Aida, della Turandot, della Boheme. Tra le merde di cane, sui muri feriti, accanto all’università senza fondi, nell’aria appesantita dalla depressione nazionale, quegli altoparlanti diffondono la loro sublime musica, senza nessun apparente scopo. Insistentemente, disperatamente, incessantemente.

polizzi_generosa_panorama_NAppare un messaggio disperato, certo. Chi passa, ha altro per la testa, forse nemmeno se ne accorge, sembra una roba da pazzi. Ma un messaggio è disperato nella misura in cui l’interlocutore non è in grado di o non vuole accoglierlo. Diceva Peppino Impastato che per combattere la mafia bisognava insegnare alla gente a riconoscere e difendere la bellezza. La bellezza “italiana” che è dentro le note che il Teatro della mia città continua disperatamente a diffondere. Sperando che qualcuno la riconosca e la difenda per potere riconquistare il diritto e il coraggio di generarne altra.

Ci sono mille ragioni per essere pessimisti, lo sappiamo, ma un buon punto di partenza potrebbe essere andare oltre quel vizio tanto “italiano” di non riuscire a riconoscere i fiori che sbocciano nel deserto italico. Proprio ora è necessario soffermarsi su questi chiarori di bellezza, vederli nel presente della loro sopravvivenza, ricercarli negli insterstizi dello squallore generale, per ritrovare, tutti, la forza di immaginare, di creare, di seminare.

Segnalo infine un altro dei fiori del deserto di cui tutti dovremmo aver cura e da cui dovremmo ripartire per curarci: Claudio Abbado che dirige l’orchestra filarmonica della Scalada Fabio Fazio in una puntata dedicata alla musica, all’opera, alla prima della Scala e perché no, all’Italia.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Felicita

    La descrizione dell’Italia impotente e’ quanto mai azzeccata e geniale!
    Noi torniamo perche’ infondo non ci siamo mai rassegnati all’impotenza…
    grazie mille Giampi per aver messo sapientemente in parole quello che molti di noi pensano!

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