Grandi Misteri: il processo breve

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Non so quale sorte abbia avuto, nel momento in cui mi leggerete, il disegno di legge sul “processo breve”; se sia stato approvato da almeno una delle Camere o sia stato superato dal nuovo disegno di legge sul “legittimo impedimento continuativo”, l’ultimo espediente della maggioranza di governo per sottrarre il premier dai processi che ancora lo affliggono….

E’ bene, in ogni caso, ripercorrere l’iter legislativo e chiarire cos’è la prescrizione e perché abbia così importanza nella politica giudiziaria. La commissione di un reato determina una ferita nel tessuto sociale e impone allo Stato il dovere in intervenire per ristabilire uno equilibrio tra interessi generali e quelli dei singoli cittadini.

Da qui la tutela che si attua attraverso la sanzione penale, che oltre alle finalità che si riferiscono al soggetto che delinque (rieducazione della pena per il nostro ordinamento costituzionale), ha come effetto collaterale, ma essenziale, quello di avere una capacità dissuasiva sia particolare (perché il reo non compia altri delitti) sia generale (perché gli altri membri della società si astengano dal delinquere).

Succede, però, che il decorso del tempo attenua normalmente l’interesse dello Stato ad accertare il reato ed anche ad eseguire la pena che sia stata inflitta. Questo perché svanisce il ricordo del fatto e le conseguenze sociali di esso. Inoltre, a meno che non intervenga una sentenza irrevocabile di condanna, le possibilità di raccogliere le prove diventano sempre più difficili (si pensi alle difficoltà di reperire o di avvalersi dei testimoni o di riscontrare le tracce del reato).

Si spiega così la prescrizione che non è altra se una forma di estinzione del reato o della pena (a noi interessa la prima) per il decorso di un certo tempo prefissato, che è proporzionale alla gravità del reato. Tutti i reati sono prescrittibili, ad eccezione di quelli puniti con la pena dell’ergastolo (ad esempio l’omicidio volontario), ovvero vengono eliminati se è trascorso un certo tempo, che originariamente era relativamente lungo, senza che sia intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna.

E’ ovvio che l’imputato, che non abbia la certezza della sua innocenza o per qualunque motivo tema di andare incontro ad una possibile condanna, tenda in tutti i modi a fermare il decorso della giustizia, ricorrendo a tutti i mezzi che l’ordinamento giuridico gli consenta e così a far trascorrere tutto il tempo previsto per la maturazione della prescrizione e quindi per la dichiarazione di estinzione del reato.
Con la prescrizione, che peraltro può essere rinunciata, il giudice non accerta se il fatto illecito sia stato commesso oppure no, ma si ferma prima e pronuncia, come tecnicamente suol dirsi, una sentenza di natura processuale.

I tempi della giustizia, per vari motivi, sono lunghi e sempre più spesso superano quelli stabiliti per la prescrizione, che pure sono attualmente rilevanti. Questa situazione è stata sanzionata dalla Corte Europea di Strasburgo e molte sono state le sentenze di condanna dello Stato italiano per l’eccessiva durata del processo, tant’è che si è dovuto ricorrere ad una legge statale (c.d. Legge Pinto) che ha previsto il risarcimento del danno sofferto dal cittadino per la irragionevole durata del processo. Questo principio, della ragionevole durata, è stato inserito nell’art. 111 della Costituzione. Per l’applicazione pratica della prescrizione, così come attualmente è in vigore, il tempo corrisponde al massimo della pena stabilita dalla legge con l’aumento di un quarto nel caso di interruzione.

Il disegno di legge sul “processo breve” abbatte considerevolmente il tempo di prescrizione e stabilisce che “non sono considerati irragionevoli i periodi che non eccedono la durata di due anni per il primo grado, di due anni per il grado di appello e di ulteriori due anni per il giudizio di legittimità (Cassazione- n.d.r.), nonché di un altro anno in ogni caso dei giudizio di rinvio”. Così, se vengono superati i limiti di ragionevole durata, il reato è dichiarato estinto.
Per fare un esempio: il reato di corruzione in atti giudiziari (art. 319 ter cod.pen.) si prescrive secondo la norma in vigore per il tempo massimo di dieci anni, mentre con il “processo breve” cadrebbe in prescrizione nel massimo di sei anni, con la cadenza dei due anni per ciascuno dei tre gradi del giudizio.

Ora, che la si voglia chiamare prescrizione breve o processo breve, sta di fatto che, dovendosi applicare la nuova normativa ai processi in corso per i reati puniti con pene al di sotto dei dieci  anni, un numero elevato di processi finirebbe per estinguersi e tra questi anche quelli che riguardano il Presidente del Consiglio. L’esigenza di un processo più celere è fortemente sentita ma non mi sembra che sia questo il modo per risolvere il problema.

Il commento all’intelligenza di ognuno di noi.

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. Massimo Benzi

    Il concetto in se del Processo breve non è sbagliato, anzi ,pur essendo una chimera in questa ITALIA così SGANGHERATA, è auspicabile
    per tutti.Sono però convinto che se il Cavaliere passeggiando per una strada qualunque
    di Roma o di Milano prendesse una storta in una buca del selciato, i suoi lacchè che affollano il parlamento farebbero con procedura d’urgenza una legge che obbliga i Comuni ad asfaltare le strade almeno una volta a settimana, il tutto al cospetto di schieramenti politici davvero impresentabili da una parte e dall’altra.

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