Alta velocità o alta società? Il paradigma Trenitalia

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Per andare in treno da Bologna a Firenze ci vogliono 35 minuti, 25 in meno di quando non esisteva l’alta velocità ferroviaria. Abbiamo speso miliardi, bucato gli Appennini, distrutto bacini idrogeologici, ribaltato tonnellate di terra per 25 minuti…Sembra assurdo…

foto di JumpiTuttavia è probabile che la maggior parte di noi, nel bilancio delle proprie giornate frenetiche, apprezzerà o apprezzerebbe quei 25 minuti. Ci piaccia o no, viviamo in una società nella quale quei 25 minuti sono preziosi, perché siamo sempre alla ricerca di tempo.

Con solo un pizzico di consapevolezza, avendo già digerito i salti tecnologici di internet e cellulari, sappiamo bene che quei 25 minuti guadagnati non saranno dedicati al riposo o all’ozio: saranno invece utili per fare nuove cose, per aggiungere nuova frenesia. Grazie a Trenitalia tra Bologna e Firenze non avremo più tempo per leggerci un libro o il giornale in pace: tempo di trovar posto, sedersi e toglierci il cappotto e saremo già arrivati. Lo stesso Berlusconi in versione cabarettista, all’inaugurazione del tratto Milano-Torino di qualche anno fa, dichiarò che, avendo conosciuto gran parte delle sue fidanzate in treno, se ai suoi tempi fosse esistita l’alta velocità, avrebbe avuto meno tempo per l’”aggancio”. 

Se scegliamo, volenti o nolenti, come nazione e come singoli individui, di far parte di questo sistema, allora dobbiamo gioire dell’alta velocità. L’alternativa è dotarsi di molta disciplina: o per starne completamente fuori o per prenderne solo il meglio.

L’altra riflessione riguarda il treno come paradigma delle trasformazioni sociali italiani. Viaggiare con i Frecciarossa è bello e comodo, ma tremendamente costoso. E oltretutto elimina dagli orari ferroviari i treni alternativi più economici, obbligandoci a pagare (tanto) l’alta velocità. Fino a pochi anni fa, il treno era un autentico mezzo di trasporto pubblico e “democratico”, usato dalle masse ed esempio dell’uguaglianza sociale europea contrapposta alle forti disparità sociali (sud)americane. Esistevano sì la prima classe e la seconda, il rapido e l’accelerato, ma sostanzialmente le differenze di prezzo e d’utenza erano limitate: lo scompartimento del treno era un luogo di pura uguaglianza.

Oggi non è più così e l’alta velocità è l’ultimo passo verso una sempre più evidente differenziazione sociale. Gli interregionali sono sempre più frequentati quasi solo dal “popolo”, un popolo che oggi corrisponde a immigrati o gente con scarse possibilità economiche. Salire sull’interregionale significa spesso confrontarsi con le pulci o con l’odore venefico dell’anti-pulci.

Sugli eurostar e ancor di più sulle “frecce rosse” dell’alta velocità salgono invece le classi alte che preferiscono (o sono obbligate a) spendere più soldi per arrivare prima e anche per non mischiarsi con il popolo…Il meccanismo porta velocemente all’estremizzazione di questo scenario. Più popolo popola l’interregionale, più classe media “che non ha niente contro gli immigrati, però…” sarà disposta a spendere di più per non frequentarli, con il risultato che gli eurostar diventeranno sempre più cari e quindi inaccessibili al popolo e gli interregionali sempre più degradati e poco curati.
Si va determinando così una chiara divisione in classi, tipica delle società americane.

 

Lo stesso processo è lentamente in atto nelle scuole elementari e nelle nostre città: “non ho niente contro cinesi e albanesi, ma mio figlio preferisco mandarlo in una classe con soli italiani, altrimenti il livello è basso e…” oppure: “non ho nulla contro i pakistani, ma gli odori del loro cibo non mi piacciono e preferisco una casa in un quartiere diverso…”. Si rischia d’andare verso scuole, asili o quartieri per italiani, ben tenuti e curati dalle amministrazioni e altri per il popolo (leggi: stranieri o italiani di altre razze) trascurati e degradati.
Finora queste divisioni così chiare erano quasi assenti in Italia. Ma forse solo perché “gli altri” da cui ora ci dividiamo non erano qui, ma al di là del mare: in Africa, in Pakistan, in Cina…lontani, dove non si vedevano. Oggi invece sono qui e sempre più lo saranno, anche se costruiamo muri ed erigiamo barriere. Inoltre, la separazione non è sociale (i poveri sono sempre esistiti in Italia), bensì razziale. E’ la persona fisicamente diversa da noi che non vogliamo vicina. Insomma, per semplificare: gli italiani non sono mai stati razzisti perché non ne hanno mai avuto il motivo.

Porre attenzione alla divaricazione sociale a cui assistiamo sui treni e prendere delle misure a riguardo, significa non solo chiudere le porte al razzismo, non solo impedire che chi sale sugli interregionali diventi “un nemico” reale o percepito, ma anche evitare di fare della società italiana una società “americana” divisa per razze. Il popolo oggi è composto da persone di razze diverse dalla nostra, che sono però sempre più italiani a tutti gli effetti, da Ballotelli in giù. Per questo, occhei l’alta velocità, ma che Iddio salvi gli interregionali! E tutte le scuole pubbliche e i centri degradati delle città! A volte basta poco: oltre all’anti-pulci si potrebbe spargere un po’ di profumo alla mela verde…

 

Ultima cosa: ma perché i treni ad alta velocità vanno più veloci?? Per un tipo d’alimentazione diversa, ma soprattutto per motivi molto più banali, ossia perché sul tracciato dell’alta velocità le curve sono molto ampie, le salite molto dolci, non ci sono stazioni da attraversare e molti altri convogli a cui cedere il passo: così che il treno non è costretto a rallentare

 

[foto di Jumpi]

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