Perché i francesi si suicidano per lavoro

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ParigiLa notizia dell’aumento dei suicidi fra i dipendenti Telecom France (25 suicidi negli ultimi 20 mesi), fra mille polemiche, accuse, interventi statali e quant’altro, ha fatto così tanto rumore da attirare l’attenzione dei media anche al di fuori dei confini nazionali…

Anche in Italia, dove tradizionalmente ciò che accade oltralpe viene un po’ snobbato o preso con sufficienza, ci si è cominciati ad interessare alla situazione lavorativa dei nostri “cugini”.
Qualche premessa: come chi conosce entrambi i paesi sa, le condizioni lavorative e salariali in Francia sono molto diverse da quelle italiane. A parità di costo della vita (Milano e Parigi sono quasi allo stesso livello), i salari francesi sono di molto superiori: un neolaureato parigino può aspirare ad uno stipendio netto medio di 2500 euro mensili senza troppe difficoltà. Qualora venisse licenziato, oltre alla liquidazione, percepirebbe un assegno di disoccupazione dal 60% all’80% dello stipendio per un periodo di tempo uguale a quello lavorato, fino a 2 anni.

Il quadro sembrerà meno esagerato se si pensa che il salario minimo in Francia è di 1100 euro qualsiasi sia il lavoro, o che anche coloro che non lavorano affatto e non sono autosufficienti ricevono diverse centinaia di euro (ex. 7-800 euro per una mamma con bambino.)

Il dibattito è aperto da anni fra chi sostiene che questo regime incoraggi il parassitismo e fra coloro che lo ritengono uno scotto necessario per il bene comune. Sta di fatto che il cittadino francese è ormai abituato ad una sorta di protezione sociale: senza lesinare critiche verso la propria classe amministrativa, riconosce però il ruolo dello Stato e ad esso si affida nei momenti di difficoltà. In una fase economica difficile come quella che stiamo attraversando, la situazione è un po’ cambiata: le aziende nei settori bancari e manifatturieri, ma anche chimici, nelle costruzioni e nelle comunicazioni, hanno dovuto ristrutturarsi, riducendo il personale o rilocalizzandolo.

In un paese dove il posto di lavoro è sacro, dove molti si riconoscono nella propria azienda e la identificano come parte del “sistema stato” (es. ancora oggi in Francia molte grandi aziende sono delle controllate statali), dei cambiamenti così drastici creano un vuoto di fiducia, un crollo delle certezze che spinge molti ad atti estremi, che siano essi rivolte violente, come il sequestro di manager purtroppo non raro, o atti estremi come il suicidio.

In Italia, la situazione è molto diversa. Per ragioni complesse e lunghe da elencare, l’italiano non si fida delle proprie istituzioni e, più in generale, del proprio sistema amministrativo, politico, sociale e economico. Un precario non è sorpreso se perde il proprio lavoro, un po’ come non è sorpreso quando il treno arriva in ritardo o se al pronto soccorso ci sono ore di attesa. L’italiano, non solo di oggi, ma forse da sempre, ha imparato a “fare da sé”, a non aspettarsi l’aiuto di nessuno, se non dei propri cari. Di fiducia nello stato l’italiano non ne ha molta, chissà quando l’ha avuta davvero.

In queste differenze va ricercata la comprensione del caso France Telecom: in un paese dove lo Stato é sempre presente come punto fermo su cui fare affidamento, la mancanza di protezione é vista in maniera più drammatica che in un paese come l’Italia, dove il cittadino non ha fiducia nelle istituzioni in genere e quindi relativizza anche le situazioni più difficili.

In sostanza, un impiegato francese appena licenziato, che continuerà ad essere pagato per due anni ancora, si sente più abbandonato di un italiano a cui non rinnovano un contratto a tempo determinato: l’italiano se l’aspetta, il francese no.

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Paolo

    Molto scoppiettante e non privo di ironia e sarcasmo, che sono il sale di qualunque commento ai fatti di oggi, così falsamente seriosi.- Ma quale è la redazione e quale è il suo indirizzo “socio-politico”? Volentieri manderei un obolo per la promozione…..

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